Home

Questa “lunga” cartuccia è tra le più difficili e articolate, essendo di fondamento alle lotte e ai conflitti che viviamo quotidianamente nei territori. Nasce da un’intuizione durante un’azione di blocco – ottobre 2017 – di fronte a una multinazionale criminale, per la quale siamo a processo. Sia noi, attivisti territoriali, sia loro, capitalisti transnazionali. Intuizione poi messa in seria discussione e confronto mediante lo studio analitico di due testi fondamentali: Ecologia della libertà di Murray Bookchin e Città ribelli di David Harvey. Supportati da molti altri autori che troverete in calce.

Nel XXI sec. si affaccia l’esigenza di una nuova categoria sociale che superi la gabbia stessa del sociale quando l’aspetto categoriale – “economicista” – non è più capace di sostenere il sistema in quanto sistema di classi che si sovralimentano fino all’implosione dello stesso, rimasto senza risorse rinnovabili e diventato una discarica delle stesse scorie delle lotte di classe, oggi disinnescate e in passato sempre – salvo qualche rara pionieristica deviazione, qui documentata – dimentiche dell’alterità, dell’ambiente, dell’ecologia. La lotta di classe si trasforma allora in lotta di sistema, la lotta di categoria in lotta di fondamento, all’interno della crisi dello Stato sociale dove la funzione “pubblica” ha messo in crisi il “comune”, creando le condizioni per una sua definitiva “esautorazione” in quanto Stato-istituzione res-pubblicana. La lotta di sistema è l’inizio della trasformazione, della «lunga marcia destituente/costituente» dalla res-pubblica alla res-comune, dove il rapporto burocratico di socialità che pervade le “classi in lotta” si trasforma in relazione di comunanza. In geografie concrete tra gente e territori. Tra corpi e menti. Un ritorno alla terra, ai territori, alla prossimità, che la dimenticanza dell’alterità e la supremazia umana – dell’ego senza mondo, del lavoro sopra tutto, dell’artificio corporativo, della divisione tra classi di umani – aveva ottenebrato. Attenzione però, come in tutte le marce, il pericolo di accelerazioni improvvise – quasi una contro-accelerazione – un freno irremovibile – contro la “grande accelerazione” storica e secolare consegnataci dalla globalizzazione – è sempre in agguato. E, a volte, necessario.

Si profila all’orizzonte lo scenario della “rivoluzione ambientalista di tutte le classi contro una classe”, dell’umanità contro se stessa, il non plus ultra della lotta di sistema, la contro-accelerazione necessaria ai tempi della crisi climatica e delle relative conseguenze sociali: migrazioni, guerre preventive, diseguaglianze geografiche, nuove forme di apartheid, di schiavitù e di imperialismo/colonialismo su scala globale. La “guerra ambientalista di classe” – che non è più solo lotta di classe, ma di sistema – assume oggi la forma della “rivoluzione climatica”, l’epifenomeno storicistico di una rivoluzione ben più ampia e radicale che a noi piace chiamare «rivoluzione dei corpi attivi», nel corso della storia: una lunga marcia verso una nuova forma di democrazia che ci liberi dall’illusione che sia sufficiente votare e che il diritto sia uno spazio a priori. Pubblico, e non comune.

Una rivoluzione del pensiero che potrà avere accelerazioni pratiche in caso di necessità, ma che si fonda sulla coscienza della forza che ogni singolo soggetto – politico e prepolitico – possiede di suo ed esercita mediante l’autocontrollo/governo, su di sé, e sul mondo, in quanto sua parte imprescindibile. Soggetto unico e proprietario inalienabile della propria realtà. Parte di una moltitudine di soggetti. Moltitudine non sempre comprensibile e spesso contraddittoria, fondata sulla diversità, sull’eguaglianza tra ineguali.

Questa responsabilità che la singola persona deve avere sulla propria irriducibile esistenza, sulla “realtà costituita” proprio da questa fondamentale “attenzione”, condivisa con gli altri, si fa presenza collettiva: una vera e propria forza collettiva costituente irriducibile che può divenire storia costituente. L’uno riceve attenzione dall’altro, realtà “attestata”, ossia dignità, storia, e alla fine difesa e cura, diritto, dal riconoscimento costante, coerente, degli uni sugli altri. Sempre diversi, su un fondo comune.

Ma se l’attenzione condivisa crea, costituisce, la realtà e diventa storia, presenza collettiva, tutto ciò non è sufficiente. Il pericolo di fare diventare merci e contromerci le relazioni, la realtà, le presenze collettive, è dietro l’angolo delle nostre incoerenze. Nelle società complesse il “pubblico” è pronto a tessere il suo invisibile tranello sul “comune”. Molti sono i suoi dispositivi, primo fra tutti affidarsi alla passività del voto. Il quale, se mal interpretato, può diventare la morte della democrazia grazie ai sottili meccanismi tributari che ci esonerano dall’impegno comune e che ci illudono di essere portatori sani di diritti acquisti, eterni, a priori. Così, dietro a questo e altri dispositivi burocratici collettivi, travestiti da sociale, da classe dirigente, sia essa socialista o liberista, si nasconde la “dittatura del pubblico”, il protrarsi dello stato di emergenza, consociativo, corporativo tra nuove destre e finte sinistre. Contro il quale, stato di eccezione, e la quale, emergenza – ossia lo stato di eccezione permanente, lo stato di pubblica eccezione permanente elaborato da una classe omologante che non riconosce le molteplici singolarità e classifica/disinnesca ogni forma di vita per accumulare interesse – bisogna insorgere. Ora.

Serve una nuova forma di irriducibile e imprescindibile “attività-attivismo” da esportare, donare, agli altri, per alimentare una “nuova forma di attenzione condivisa”. Per creare nuove forme di comunità libere dal male “pubblico”. Dal cancro del suo concetto. Pronte a riformulare gioia e cura della vita “comune”. Partendo dalla lotta di sistema, che supera le singole classi – oggi liquefatte – e il conseguente limite di vecchie lotte condivise. Che si erano dimenticate – distratte dal nemico – del fondo comune e della bellezza di curarlo senza ufficiali.

+

«Non ha più senso parlare di lotta tra
classi di umani quando tutti gli umani
vivono addomesticati nelle città».
Fronte Miteni, 31 ottobre 2017

+++

La classe è l’arma dei deboli e la frusta dei forti, del potere, sia esso inteso come possibilità negativa, sia come possibilità positiva. In qualsiasi caso essa è una coazione della mente umana utile ai propri scopi, teoretici o pratici.

Restando nell’ambito pratico, la classe è una categoria dell’utilità pratica, dettata dalle esigenze dell’esperienza, la quale ci porta a classificare, a separare le cose, per meglio adoperarle, manipolarle, prenderle tra le mani. Farla diventare un’ipostasi, una cosa per sé, questa nostra esigenza, in forma di classe, è il pericolo che corriamo ogni giorno. La classe è infatti  lo strumento della ragione per antonomasia, lo strumento che meglio di ogni altro corre il rischio di diventare fine, come la ragione stessa.

La classe spesso è – nello specifico pratico – congregazione, consociazione, partito, popolo, razza, genia, entità o soggettività che sembra esistere per sé e che in realtà esiste solo grazie alla nostra attenzione e ai parametri di classificazione. Le singole parti esistono per sé come unicità, le aggregazioni per nostra deliberata scelta intellettuale, la quale può generare compartimentazioni effettive, operative nella realtà.

Dalla classe poi arrivano gli obiettivi di classe. Se la classe è quella degli operai, il loro obiettivo di classe può diventare il salario e le condizioni di lavoro, o addirittura liberarsi dal lavoro e distruggere ogni distinzione di classe che li ha fatti capitare nella classe più abietta, quella dei lavoratori ad ogni costo.

Ci sono tuttavia obiettivi che vanno oltre le classi e alle singolari esigenze delle stesse. Si pensi all’ecologia. Ecco che la lotta non si fa più lotta di classe, ma di comunità, di sistema, nella diversità delle classi. La categoria classe infatti spesso è utilizzata – specie in ambito sociologico – per esprimere il concetto di dominio, di superiorità, o anche solo di precedenza, di una classe rispetto ad un’altra. Ma dal momento in cui l’individuo sociale esce dalla sua classe perché può facilmente aspirare ad un classe superiore o cadere in una classe inferiore – tipico delle società fluide e democratiche – la lotta di classe non ha più senso assoluto, di liberarsi dalle classi, come intesa da Marx. Il salire e scendere in una scala sociale inficia ogni lotta di classe – classicamente intesa – e se c’è qualcosa che mette in pericolo il sistema stesso – la sua stessa esistenza – la lotta di classe diventa lotta di sistema.

Socialmente parlando, la lotta di classe, intesa in senso marxiano, ha avuto senso nell’ambito delle fabbriche a impostazione fordista, dove grandi masse di operai erano sfruttati dai proprietari dei mezzi di produzione. Già con il passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale, ben teorizzato dall’operaismo italiano per spiegare l’epoca post-fordista, con l’avvento dello sfruttamento “produttivista” in ogni angolo della società, attuato con il decentramento produttivo, la fabbrica diffusa, il concetto di lotta di classe comincia a perdere la sua efficacia, proprio perché la molteplicità delle forze in campo nelle lotte sociali si complica, e il fronte sociale delle lotte che occupano la prima linea diventa una moltitudine, una molteplicità di soggetti: operai, studenti, associazioni, gruppi, comitati, elementi singoli della classe media borghese che rifiutano la propria mediocrità e servitù, fino a rappresentanti del mondo dell’impresa che capiscono il fallimento di un certo modo di fare impresa: la lotta di classe diventa lotta moltitudinaria, lotta di comunità all’interno della comunità. Se a questa comunità in lotta per la propria integrità vogliamo dare il nome di classe, facciamolo. La lotta di classe comunitaria sarà allora rivolta contro la classe di umani anticomunitari che hanno sposato la causa del suprematismo umano – categoria sovraeconomica necessaria al contemporaneo che qui proverò a teorizzare per “superare” l’inclassificabilità della moltitudine – ossia la forma di antropocentrismo che distrugge l’uomo stesso non solo attraverso l’accumulo di capitale economico, ma un complesso di idee che va oltre l’economicismo e pervade molteplici aspetti dell’umanità, tutti comunque accomunati – qui “la comune” prende forma negativa – pervasi, dall’idea che il piacere e il bisogno dell’uomo, le sue ambizioni, come individuo monade, siano superiori a quello d’ogni altro essere: il suprematismo umano. Il quale si nutre soprattutto di economia capitalista e di politica neoliberale, oltre che di un addomesticamento diffuso su ogni aspetto della vita quotidiana, addomesticamento che si diffonde dalle classi più agiate a quelle più povere, tipico del socialismo classico, liberato dagli “eccessi” comunisti contro le proprietà e diffuso mediante varie forme di corporativismo. La stessa lotta di classe comunitaria – come sano conflitto di classe (confronto) che espelle, appiana, digrada, le diseguaglianze – in forma di accesso e di diritto – se si limita alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri umani, perde la sua capacità di lotta sistemica, di dialogo con l’alterità, con il pericolo di esaltare la lotta, dimenticando che confronto/conflitto/lotta/dialettica sono solo mezzi per raggiungere qualche momento di libertà, ma non la libertà stessa. Spesso si confonde la lotta con il fine, quando non è altro che un mezzo.

IL CONCETTO

Il concetto di classe sociale classico, marxiano, mostra tutti i suoi limiti nell’essere quasi esclusivamente un attributo economico, quando invece l’appartenenza economica, di reddito, non per forza – ossia per coerenza – deve legarsi ad altri attributi e scelte di vita. Un operaio con uno stipendio basso può avere aspirazioni da padrone e sognare di avere gli stessi oggetti, bisogni e desideri. Quando ciò accade quell’operaio spende parte dei suoi averi per soddisfare questo suo immaginario e sarà portato a salire la scala delle classi per essere di fatto non più un operaio di classe, ma un semplice individuo interclassista che se un giorno raggiungerà il vertice della scala sociale sarà ingiusto e prepotente come il padrone. Di fatto questo lo vediamo già nelle gerarchie “operaiste” e in tutti i lavori di caporalato che non nascondono nient’altro che questa subdola aspirazione: diventare tutti caporali, padroni. Ossia applicare un sistema di gerarchia, di dominio nei confronti di chi si ritiene inferiore.

Come dice bene Murray Bookchin il sistema di comando/obbedienza tipico della gerarchia e del dominio va ben oltre la semplice stratificazione economica con cui Marx tentò di descrivere la storia sociale come lotta di classe. Quel sistema produce non solo una condizione sociale, ma pure una condizione psicologica che può andare ben al di là dello sfruttamento e della ricchezza materiale, per approdare a forme di servitù e di accondiscendenza, addomesticazione, che si estendono a molte altre coppie di categorie bipolari, come uomo/donna, vecchio/giovane, bianco/negro, elite/massa, città/campagna, mente /corpo, razionalità/sensibilità, artificio/natura, società tecnologica/natura. In altre parole, un dominio morale di un polo sull’altro.

La classe è quindi una categoria a priori, uno strato sociale a priori basato soprattutto su alcune fondamentali attribuzioni sociali e comportamentali: predazione, aggressività, divisione del lavoro, accesso a certe forme del tempo libero, reddito. Mediante questa separazione classista si riesce a introdurre pratiche di subalternità e di sovranità di una classe rispetto alle altre, fino ad arrivare al punto che le classi dominanti determinano il bisogno delle classi oppresse, le quali, non a caso, diventano classi “bisognose” all’ennesima potenza: la potenza della pre-potenza che assoggetta i deboli ai propri usi e consumi.

LA SEMPLIFICAZIONE

Da non sottovalutare poi la funzione semplificatoria della complessità delle relazioni sociali che il concetto di classe porta con sé. Il complesso viene ridotto a gestione di classe uniformando e omologando la potenzialità irriducibile e imprevedibile di ogni singolarità. Città e Stati vengono costruiti in forme gerarchiche sottoposte alla scienza del dominio che si ripercuote in ogni aspetto della vita sociale e individuale, imponendo il senso di colpa e di rinuncia ai futuri abitanti di queste costruzioni funzionali allo spostamento razionale del potere da una parte all’altra della sfera della possibilità. Comando e obbedienza diventano le parole d’ordine delle classi. La classe, come  la casta (che vedremo essere la “classe interclassista”), sono funzioni del dominio e solo il fuoriclasse, l’insubordinato, il rivoluzionario, può mostrare la possibilità di nuovi orizzonti e uscire dalla repressione che quella razionalità strumentale porta con sé: la ragione diventa strumento del potere e non della libertà. La ragione disegna ogni passaggio millimetrico, classificatorio, del nostro agire, dimenticando che nostro compito non è solo immagazzinare energia dentro a delle linee, ma andare oltre la linea appena possiamo farlo con il minimo di energia irriducibile.

Perciò, nell’analisi della società, con le sue complessità e implicazioni ecologiche, il concetto di classe è insufficiente. Soprattutto se si tratta di classe economica. Non è solo il reddito o il lavoro che esprime la funzione sociale di un soggetto e di una persona.

La classe può tuttavia essere funzionale a classificare un reale nemico, a metterlo dentro a una categoria, a uno schema che diventa obiettivo di un’evoluzione sociale che passa attraverso il conflitto, la lotta, sia nella sua forma di dialogo costruttivo (confronto), sia di guerra distruttiva (scontro). In questa caso creare la classe del capitale finanziario neoliberista, smaterializzato e formato dalle grandi concentrazioni di simboli del valore di deposito, fittizio – il denaro postmoderno – le banche e tutta la loro struttura impiegatizia, oligocorporativa su scala globale, consapevoli di essere servi di un estrattivismo sociale, può solo far bene alla lotta. La classe in questa caso delimita e configura il nemico contro cui condurre la battaglia. La nostra. Ovviamente il nemico si piega e si disarma, rendendolo innocuo per sempre. Nel momento in cui lo si distrugge, si cade quasi sempre vittima della sua procedura che spesso si risolve in questo teorema: togliere energia e sottomettere l’alterità. Noi vogliamo invece mettere il nemico da una parte ed eventualmente renderlo utile alla nostra libertà, integrandolo – componendo la parte buona della sua alterità – al lavoro collettivo. La nostra irriducibile libertà che può diventare anche la sua.

Nostro obiettivo, vedremo, è distruggere la classe, non le persone. Disintegrare la classe omologatrice di tutte le classi e, in ultima analisi, delle singole persone. Re-integrare le persone omologate da quella classe.

Classicamente, nelle società complesse, la distinzione di classe è arrivata con la distinzione del lavoro, la sua divisione. Tuttavia, fin dai tempi remoti è stata attuata questa distinzione in quelle società dove era ammesso il dominio (o i domini, anche nella loro forma plurale) – un potere a priori – a scapito del riconoscimento del merito in forma di talento o di relazione sociale intrinseca, come valori per sé, non ridotti a semplici aspetti della competizione per salire nella scala delle classi che permettevano una certa fluidità fondata sempre sul dominio. L’approccio competitivo tipico delle società in “lotta continua” ha degenerato la funzione intrinseca del talento e della relazione sociale: il far crescere dentro di sé e fuori di sé, nella società, un’attitudine straordinaria. In queste classi, dominate dalla competizione, la classe, come categoria a priori da raggiungere, predomina sulla persona. La mente sull’esperienza. Il merito degenera in premio, spesso economico. Dimenticandoci l’attimo di libertà che esso può donare alla persona.

LA DISTINZIONE SPAZIALE

La distinzione di classe favorisce l’istituzione di spazi socialmente nuovi declinati alle stesse classi. Spazi che sono comuni solo all’interno delle classi e che possono diventare strumento del potere nel momento in cui si convogliano dentro essi flussi e merci e direttive funzionali al sistema e al relativo controllo. Più che spazi comuni, sono spazi privati di secondo livello, apparentemente pubblici, in realtà spazi appartati che nei regimi di dominio assoluto possono diventare spazi di apartheid. Molte delle costruzioni della società riflettono questa “tendenza di classe”, che spesso favorisce la gerarchia e la repressione non più fondata sull’autorità esperienziale ma sull’autorità coatta e trasferita dall’istituzione di classe: è sufficiente avere la divisa di maestro per atteggiarsi a maestro di un’intera classe o i gradi di caporale o altri simboli di autorità trasferita per potere esercitare un potere. L’istituzione della classe favorisce perciò il nascere della terza parte nel rapporto personale e la sua naturale tendenza va verso la cosa pubblica. La classe è l’anticamera del fatto pubblico, della spersonalizzazione della persona e delle sue responsabilità organiche, complesse. Può funzionare in un percorso formativo di crescita, diventa deleterio se considerato il fine ultimo per un adulto: appartenere a una classe. Allo spazio che essa antepone. Essere perciò un uomo di classe. Che si muove e si atteggia, assecondando lo spazio al suo pregiudizio o a quello degli altri.

Il vero uomo, o donna che sia, resta invece il o la fuoriclasse. L’irriducibilità di ogni persona all’omologazione. All’entropia che tutto chiama e livella. Anche ai livelli infinitamente progressivi che possono essere le classi.

La classe spesso viene confusa con il livello, la qualità, l’attributo, come fossero distinzioni per sé. Esistenti comunque al di là della nostra percezione, attenzione, classificazione. Il livello è invece una misura post-ordinata che può suggerire la formazione di una classe.

Alcune classi riflettono la natura delle cose. Suggerite dalle cose. Altre le forzano, ossia riflettono i nostri giudizi fondati su costruzioni arbitrarie, spesso funzionali a degli scopi ben precisi, non a semplice conoscenza, ossia a un ordinamento condiviso delle percezioni. Spesso a una prima distinzione si associano delle qualità, anche queste spesso del tutto arbitrarie, non dettate da evidenze. Tutte le classi, comunque, sono distinzione della nostra attenzione sulla continuità delle cose e dei flussi. Più o meno arbitrarie, più o meno suggerite dalle cose.

Socialmente, dobbiamo distinguere questa nostra innata capacità di distinguere (la razionalità) dal suo duplice uso: per scopi legittimi, di comune utilità sociale (comunanza, come la conoscenza), per scopi personali, che possono anche essere illegittimi nei confronti della comunità e alimentare solamente la propria idea, qualsiasi essa sia. In ultima analisi, le classi di per sé non esistono, né come categorie, né come fatti concreti. Siamo a noi a costruirle prima nella nostra mente, poi sul campo. Suggerite da esso o forzate sopra di esso.

LA NASCITA DELLE CLASSI

La prima classe che dà inizio alla divisione dei compiti sociali è quella sacerdotale. La fragilità dell’uomo viene dominata attraverso il mediatore con la divinità protettrice, colei che ci dà da “lavorare” in eterno. Ora et labora. Lo stesso avviene nelle piccole comunità dove clan familiari assumono potenza di classe e di lavoro che va oltre la famiglia.

Nelle varie manifestazioni di classe in quanto appartenenza forzata, blindata, iniziatica, essa è qui vista come privilegio e dominio, non come relazione e cooperazione. L’appartenenza a una classe superiore o a qualsiasi categoria protetta scarica l’individuo dalla relazione di prossimità con il suo vicino e dà accesso alla funzione pubblica per difendere i diritti stessi della classe costituita. Un mondo senza classi vorrebbe tutti individui alla pari come responsabilità e possibilità, cosa di per sé possibile e auspicabile, ma di fatto impossibile nelle civiltà corrotte dal denaro e dal superfluo, dallo scambio illecito e dal consumo senza limiti. Tuttavia l’indice di civiltà di un luogo, sta proprio in questo: nella inclassificabilità dei propri abitanti. La città invece – quando tende alla totale artificiosità delle relazioni e alla divisione precisa dei compiti – rischia di alimentare la società di classe e il relativo conflitto.

Nelle società contemporanee lo sport e l’istruzione superano le classi di reddito (le classi dirette verso un fine) e spostano il confronto sul piano del divertimento (fine fittizio o per gioco) e della conoscenza (senza fine), stemperando la concorrenza e cercando di unire e non di dividere, come vuole la spietata competizione messa in opera da un pensiero esclusivamente classista, divisorio, duale, frammentario, economicista. Lo sport e l’istruzione sono infatti l’andare fuori di casa, dall’oikos, dal seminato, per antonomasia, senza badare se il seme porterà con sé il frutto. Fine ultimo dello sport è superare se stesso, esprimere il fuoriclasse. Colui che sta fuori da ogni classe. L’insubordinato per talento e visione. La somma di tutta la disciplina possibile e immaginabile, che travalica se stessa. Fine ultimo delle sport è conquistare l’inutile.

La classe, come categoria introiettata dalla mente che la fa diventare realtà, può agire come forza coercitiva e repressiva sugli elementi della classe e dare spazio a conflitti tra classi. Le istituzioni umane hanno spesso usato questo potere che arriva dalla divisione per manipolare e controllare masse di umani. Il concetto di classe spesso è parallelo e funzionale al concetto di massa e al controllo che su questa si può fare appellandosi ad una classe numerosa: operai di tutto il mondo unitevi. Esso può pure avere funzione positiva/distributiva e non negativa/coercitiva se usato come aggregatore razionale di esigenze collettive. Lo Stato vive tra queste due sentimenti, tra coercizione e distribuzione, tra aggregazione forzata e aggregazione spontanea, tra violenza e armonia, tra diritto pubblico e diritto comune. La sfera pubblica è una soprasfera tra la sfera privata e il comune, dovuta all’incapacità dei singoli di relazionarsi, spesso per la complessità degli elementi in gioco. Essa è il luogo dove avviene lo scontro tra classi, tra i privati che non trovano un accordo spontaneo attraverso la cura comune delle cose che non hanno proprietà, poiché sono patrimonio primario di tutti, e tendono ad appropriarsene in modo esagerato, superfluo. La lotta di classe quindi è un fatto pubblico tra privati che non sono riusciti a costruire una vita comunitaria limitandosi a una proprietà sufficiente, al buon vivere delle singole parti, le quali, divenute troppo egoiche, vogliono avere più del dovuto attingendo alla proprietà comune. Uno Stato/Comune ben regolato tende a far sfociare la dialettica della lotta di classe in relazione tra classi, agevolando l’interclassimo positivo, la possibilità di spostarsi tra classi diverse, distribuendo la proprietà comune. Ma se per regolare questo flusso dialettico il regolatore assorbe la maggior parte dell’energia o la concentra in parti di potere (burocrazia e oligarchie), la corruzione del sistema è in atto e per far in modo che esso non cadi sulla pelle degli elementi primari dell’aggregazione, i cittadini, bisogna cambiare il sistema. Lo Stato nazionale attuale – centralizzato sulle parti peggiori, burocratizzato, parcellizzato non nel potere, ma nelle gerarchie e nelle partitocrazie, nella devolution degli attori amministrativi, dove la dialettica tra le classi è stata disinnescata dalle manovre della politica interessata non a governare, ma a incanalare potere – non sta più in piedi.

Dopo le grandi guerre, negli Stati nazionali agivano forme di contropotere – ossia dispositivi contingenti che limitavano il potere costringendo lo Stato nascente a confrontarsi con la distruzione, con la gestione delle risorse – oggi disinnescate dalla vita domestica e artificiale arrivata in ogni dove. La natura in seguito – dopo la ripresa e ad ogni boom economico – fu estromessa dallo Stato troppo impegnato in lotte sociali intestine – di mercato e di contromercato – e i contropoteri si dimenticarono di volgere lo sguardo altrove. L’ennesima nuova guerra – una su tutta, quella “fredda” – fece implodere il sistema troppo concentrato su se stesso: il dominio tra Stati e idee totalitarie. Dopo la guerra – ogni guerra – si ritorna a considerare la natura, tuttavia – sempre e – solo come risorsa. Mai coma parte organica. Scoppiato il boom ci si dimentica di nuovo della natura e del suo limite: pervasi dalla produzione, si avviano conflitti nuovamente sociali. Questo il ciclo del secolo passato.

NELLA LOTTA DI CLASSE CI SIAMO DIMENTICATI LA NATURA E L’ABBIAMO DISTRUTTA

La classe, come già detto, nasconde il pericolo della ragione strumentale: si crea una categoria come mezzo che poi diventa fine. Per uscire dalla coppia classe/antagonista serve una cultura insubordinata a tutte le classi, che capisca il pregio, i difetti, il rapporto dialettico tra tutte le categorie e tutte le classi. Che capisca che la dialettica può avere effetti sia positivi, quando supera se stessa e guarda e sa che c’è un altrove, la natura limitata, sia negativi, quando si richiude in se stessa, pensando che la soluzione della lotta dialettica stia nel sopprimere una delle due parti della lotta. Ovviamente in un sistema nulla sparisce, e la parte soppressa riemerge sotto forma di male, di scarto, da qualche altra parte.

Il concetto di classe come antagonista nasconde l’errore originario di Marx e altri pensatori radicali, secondo Bookchin, ossia di aver considerato la natura avara, da dominare, un nemico da sottomettere per la libertà dell’uomo. Esiste il regno della libertà, il regno della necessità, da questo nasce l’antagonismo di classe. Se la natura fosse invece vista come alleato, come interrelazione e interdipendenza, il conflitto di classe sarebbe tutt’altra cosa. Il lavoro allora non è più visto come un fattore alienante, ed entra come fattore socializzante – comunitario – in tutti gli aspetti della vita. D’altra parte il mondo del profitto non vede più il lavoro come fattore socializzante ma solo come fattore “estrattivante” per estrarre più possibile energia dai lavoratori che diventano semplici strumenti di uomini in mano ad altri uomini: «La necessità era collettivizzata per produrre cooperazione ed era intrisa di libertà» nelle società organiche preletterate, non antagoniste, ricorda il grande pensatore comunalista – un tempo anarco-socialista – americano. Esiste dunque il regno della relazione che supera il regno della libertà e il regno della necessità. Esiste dunque un regno della libertà limitata e della necessità sufficiente. La libertà totale, l’anarché cristiana, non esiste, è una pura invenzione. Lo stesso vale per la necessità. Entrambe le categorie totalizzanti poi falliscono di fronte alla costituzione della realtà da parte degli individui e – in quanto perituri – non hanno ragione strumentale di essere considerate. Hanno invece ragioni di dominio che la storia delle religioni insegna.

In una società/sistema malato dal socium, dagli affari – fatti dai poteri forti e che alimentano prepotenze, mediante un estrattivismo totalitario – l’antagonismo è necessario, per non arrivare alla guerra distruttiva del sistema stesso. L’antagonismo funge da contropotere alla distruzione tra le parti. Esso lavora fuori dalle regole organiche del sistema malato e aiuta il sistema a riequilibrare i poteri, prima di una evoluzione o di una involuzione. Con tutti i rischi delle “esplosioni”, le rivoluzioni, e delle microimplosioni, le esplosioni di prossimità. Esso è parte integrante del processo di riequilibrio che potrà essere affidato a uno o più soggetti di relazione nella dinamica dei poteri classicamente intesi del sistema. Questo soggetto è un potere incostituito, non riconosciuto istituzionalmente dalle parti in lotta, la cui forza costituente arriva dai segnali e dalle direttive che fa passare ai poteri in gioco, senza mai diventare parte del gioco e delle sue corruzioni, se non come esperimento ad hoc, a perdere. Ci sono inoltre dei connettori – oltre al soggetto incostituito – che fanno da ponte tra poteri e contropotere. L’antagonismo diventa quindi una forza destituente-costituente, un contropotere di tutti i poteri, che non deve mai diventare potere/Potere, ma offrire forza costituente al nuovo potere che porterà il sistema società verso nuove forme. L’antagonismo funziona da forza “rivoluzionaria” permanente (una forza non in atto nella sua pienezza, ancora, ma in continua lavorazione, ciò che chiameremo “lunga marcia destituente/costituente” della res-publica verso la res-comune) e può portare a delle rivoluzioni effettive – a delle accelerazioni improvvise della marcia – nei momenti di crisi radicale del sistema. È l’anticamera della rivoluzione, nel caso l’evoluzione, la trasformazione, fallisse. L’anticorpo – sempre pronto – per eccellenza. Pronto ad attivare i corpi attivi, dormienti. La funzione dei connettori e dei soggetti incostituiti è determinante per far avvenire il cambiamento, non solo come coloro che fanno passare i contenuti e che mettono in relazione, ma anche perché decidono, selezionano, che contenuti far passare. La mobilitazione fisica e culturale è il collante che usano i connettori per fare in modo che questo avvenga. Il connettore si trova ad essere il vero e proprio innesco rivoluzionario. Il collante, la massa mobilitata, si trova al di qua e al di là del confine tra antagonismo e saperi costituiti. La rivoluzione scatta nel momento in cui i connettori trovano e preparano la miscela giusta per far passare i contenuti della forza rivoluzionaria antagonista nel cuore del sistema. Altrimenti tra sistema e antagonismo tutto si ferma sulla linea dello scontro e nessuno dei due cambia. Anzi, si alimentano a vicenda e si danno ragion d’essere. Invece non è così: essi devono sì continuare ad esistere, ma non come identità fisse, ma come soggetti che prima o poi dovranno migliorarsi, cambiare, fare un passo in avanti, scontrarsi, uscire dalla propria identità fissa, fare un definitivo passo oltre se stessi, oltre la vecchia identità. Prendendo atto che pure loro sono soggetti all’alterità.

Finché la società rimarrà società, partita tra soci, e non comunità, cooperazione tra diseguali, esposti all’alterità, questa lotta non finirà e l’antagonismo radicale sarà necessario.

Il socio non è il compagno. E la comunità non è la pacificazione sociale (la pace dei soci che si sono sottratti all’alterità!), ma una dialettica positiva nei confronti dell’alterità.

A latere, non possiamo vivere in pace, pacificati, se non per brevi periodi. Riposi. La vita è di per sé contraddizione. «Dire no» alla morte. Possiamo tuttavia vivere in armonia, in opposizione positiva. Con tutto ciò che ci circonda.

L’INTERCLASSISMO

Ci sono due modalità dell’interclassismo. Uno genera una lotta positiva, un sano conflitto. L’altro un addomesticamento diffuso. Interclassismo positivo: lotta che mantiene una certa mobilità, in contatto con l’alterità. Inteclassimo negativo: pacificazione sociale che implode su se stessa, dimenticando l’alterità. Quando in una società si arriva allo stallo dell’interclassismo negativo, dove la lotta di classe e i suoi effetti benefici sono stati disinnescati dal sistema, bisogna passare alla lotta di sistema.

In epoca contemporanea – dove bisogni e desideri sono estesi a tutte le classi con la possibilità di salire e scendere, di ambire senza condizioni, senza una precisa scelta di classe – la lotta di classe è superata dalla lotta di sistema. Il nuovo nemico da combattere non è più il padrone, ma se stessi, il vicino di casa, che ha reso se stesso padrone del mondo e antagonista del vicino. La lotta non sarà più contro il capitalismo e la sua logica, ma qualcosa che lo comprende e che lo supera perché il puro aspetto economico si è diffuso in tutti gli altri aspetti della vita sociale: la politica si è sottratta alla propria funzione di origine, l’economia ha degenerato e diffuso il proprio dominio, portandolo in ogni campo dell’umano e facendo di esso, l’umano, identico a se stesso, lo scopo supremo: siamo entrati nell’era del suprematismo umano di cui il capitalismo è solo un passaggio e che possiamo oggi propriamente dire come ultimo – nel senso di attuale – stadio dell’epoca umana, l’Antropocene, nel senso ancora più pregnante dell’antropogenesi di Agamben, di una genesi implosa su se stessa: l’uomo fattosi casa. Di sé. L’umano senza il resto del mondo. L’uomo-città. La forma più acuta di antropocentrismo che ha perso la periferia – dopo aver perso la metafisica, il cielo – perché implosa dentro al proprio centro. Al sé. L’Antropocene, come parte principale dell’Olocene, terminerà quando l’uomo diventerà nuovamente a impatto rigenerabile sull’organismo pianeta. Questa nuova epoca non più solo umana potremmo chiamarla Cosmocene, dal greco Kosmos, mondo, ordine ed equilibrio in movimento, dinamico. Il Cosmo non è lo Stato, la Casa Suprema, neppure politicamente. Concettualmente, l’identità in movimento del concetto di cosmo è l’unica via aperta per poter vivere bene. Il concetto di Stato, in quanto fissità, contratto inappellabile che porta a una concentrazione smisurata di potere, alla perdita coatta di sovranità, contiene già in sé il concetto di dominio e del proprio fallimento di fronte alla forza inesorabile del tempo. Un mondo ideale sarebbe una cosmogonia della res-comune. La coscienza e l’applicazione di ciò.

Il super-umano è l’umano senza natura. L’ego sine mundum. Ma anche – se volessimo aggiungere un addendum al super per arrivare al concetto di suprematismo – l’ego senza se stesso. Senza l’umano.

Quando la lotta di classe lascia spazio alle interazioni tra classi, alla loro simbiosi “negativa” perché tutte hanno accettato il sistema – in modo acritico – e la possibilità di salire e scendere nella scala interclassista “senza arte né parte”,  bisogna passare alla lotta di sistema e riformulare il concetto di lotta e i propri obiettivi, soprattutto se quel sistema non sta più in piedi perché una delle classi – l’immaginario che essa diffonde – sta per uccidere tutte le classi.

Parentesi quadra necessaria: [interazione è modificare la natura: LAVORO; è chiedere qualcosa in cambio della libertà, è azione diretta verso l’esterno, senza aspettare niente se non la propria libertà; ma può essere anche azione di lotta, un’azione di scontro, per difendere quella libertà (un’interazione negativa d’incontro è invece la pacificazione omologatrice); certe classi estreme vanno disinnescate – i troppi ricchi e i troppo poveri – dunque l’interazione tra classiquando ha aspetti negativi, pacificatori, che hanno disinnescato il rapporto con l’alterità – ha il diritto di diventare lotta di classe – che riporta a un’interazione positiva – altrimenti la nostra lotta di classe – come vedremo – dovrà trasformarsi in lotta di sistema, che cambi completamente il paradigma che tiene in piedi le interazioni in atto, le simbiosi in atto, le quali possono diventare o sono diventate necrosi, interazioni negative; un’interazione negativa – che dimentica sempre l’alterità – può essere e diventarlo anche la lotta di classe fine a se stessa, l’antagonismo per sé, che era nato invece per combattere l’innesco della pacificazione, la dimenticanza del mondo, e che diventa pure esso uno scontro senza fine, un’interazione fine a se stessa. Ne viene che sono due le modalità negative del rapporto di classe: quello pacificatorio assolutorio; quello antagonista guerrafondaio; entrambi hanno soppresso il rapporto con l’alterità che permette la possibilità di un interclassismo positivo, quando questo si rende necessario per la complessità del sistema. Due singoli individui o due famiglie, non faranno mai la lotta di classe].

La lotta tra classi estreme è quindi ammessa, come l’interazione e la simbiosi positiva tra classi in movimento, sia tra di loro, sia dentro a se stesse. La crisi delle classi subentra nel momento in cui esse si cristallizzano per fare emergere le élite, all’interno di ogni classe. Il sistema viene bloccato dalle leadership di classe, sia interne sia esterne. La lotta di sistema diventa necessaria per riformulare tutto ed abbattere le élite che hanno messo in stallo le posizioni all’interno delle stesse classi, creando un’alleanza esterna delle élite – una forma di consociativismo elitario – a scapito delle manovalanze di classe.

In sintesi, l’interclassismo positivo avviene quando si genera un continuo e “armonico” conflitto di classe che non ha come scopo la prevaricazione di una classe sull’altra, ma il rapporto di tutte con l’alterità e con i propri limiti. Non c’è una classe che domina l’altra, ma una necessaria relazione di ruolo declinata alle contingenze dell’alterità, all’ambiente in cui le classi si trovano a vivere.

LA NATURA CONTRATTUALE DELLA CLASSE SOCIALE E L’INDOMESTICITÀ 

La classe in quanto categoria di sfruttamento nasce nel momento in cui la ragione diventa non più strumento di conoscenza e di ruolo necessario nella e per la contingenza, ma di dominio, che avalla la condizione dell’uomo come risorsa umana, risorsa naturale, mezzo di produzione, da usare per i propri scopi.

La società di classe nasce quando questa relazione di dominio viene istituzionalizzata e in qualche modo fermata in un foglio che possa dimostrare la legittimità di questa relazione “innaturale”: il contratto. Questa forma di relazione coatta si estende in tutta la società, perfino nei rapporti di giustizia, che non sono più procedurali, ma distributivi, di per sé ciechi, quantitativi, di un’eguaglianza omologatrice, come ben sottolinea Murray Bookchin.

[per una lettura paradossale del concetto di contratto, fondamento di NCPP, e del provocatorio ragionamento che segue, rimandiamo alla cartuccia dedicata]

Con Harvey e altri – lo stesso Negri – si pensa che il movimento rivoluzionario debba attingere al precariato, il nuovo proletariato, l’operaio sociale o l’oppresso urbano. Tuttavia se gli oppressi hanno le stesse abitudini degli oppressori, ben poca cosa e prospettiva sarà la rivoluzione.

Gli stessi dominatori sono schiavi dei loro prodotti: qui bisogna liberare un’intera umanità più che una classe di oppressi. «Il precariato dovrà essere parte del movimento rivoluzionario». Ma il precariato è domestico, addomesticato, quanto la parte agiata degli urbanizzati, e mira allo stesso standard di vita. Un vero movimento rivoluzionario sarà tra indomestici e domestici, tra gente a contratto e gente non a contratto che non vogliono il contratto, ma al massimo un patto. Un patto tra umani che vogliono restare umani, esseri inseriti nella natura. E non miseri contratti.

Il contratto è la fine dell’umanità, l’inizio della società, della relazione tra esseri umani non più fondata sulla fiducia, ma sugli affari, sulla scrittura.

In linea teorica – a meno che non sviluppiamo una grande e dinamica dottrina della democrazia partecipata, dei corpi attivi – la società come organismo di fiducia, di “semplice” contratto, senza tratto – ossia di patto fondato sulla parola – non potrà mai esistere perché troppo complessa. Solo le comunità possono vivere di patti leali e non scritti. Di non-contratti. La parola società, sociale, socialismo, si basano su una contrattualistica di chiaro spessore economico. Nel sociale il rapporto è soprattutto di natura economico. Anche nelle migliorie e negli interventi sociali. Il rapporto è palesamente economico: dare accesso ai servizi pagando poco o nulla. Pagare non è donare o partecipare attivamente. Il socialismo come contratto è di per sé un fallimento dei rapporti umani. È il tributo economico passivo per acquisire un diritto, scritto.

La società va sostituita dalla comunità che non ha solo rapporti economici. La società alla fine non è altro che una “scrittura collettiva” – un contratto – istituita per contrastare la fragilità umana, istituzione purtroppo fatta su basi economiche di partenza. La comunità rimane invece un rapporto di fiducia orale, un dialogo aperto che va oltre la contrattualistica della legge che mira a salvaguardare innanzitutto l’uguaglianza distributiva (economica) di ognuno davanti alla legge. Anche dal punto di vista penale. La bellezza e l’oltranza del singolo, la sua irriducibilità, non è paventata e sopportata dalla legge socioeconomica. Certo, queste oltranze a volte possono portare a squilibri catastrofici. Ma non è omologandole che si risolve l’irriducibilità della natura umana, la sua sfida alla fragilità. 

La comunità è fondata sulla voce. Sulla parola che attira l’attenzione dell’altro grazie a una comunicazione viva e immediata, prossima, di senso, di direzione, di avviso, di costruzione, di bellezza, di difesa dalla bruttezza, di resistenza continua all’entropia che ci assale. Solo la voce può essere segno vivo e non morto, manipolabile, interpretabile, di questa resistenza. Tutto il resto è scrittura. La mediazione della mediazione. L’immediatezza – della parola di prossimità – supera la mediazione – della scrittura. L’immediatezza della parola supera l’immediatezza della forza bruta che deve essere mediata e contromediata e ancora oggi quella parola è la risorsa ultima della diplomazia. L’immediato può generare sia armonia sia violenza, ma è proprio nel saperlo usare e manipolare che si nasconde il segreto delle relazioni e delle relative perversioni mediatiche.

Un appunto storico. Vicinanza tra il lavoratore urbano di Harvey e l’operaio sociale di Negri. Entrambi estendono la categoria del proletario al precariato. D’altra parte entrambi hanno accettato senza riserve – o con molto poche, tardive – la domesticità della vita. Come detto, oggi un vero movimento rivoluzionario sarà tra indomestici e domestici. Tra coloro che coltivano la voce quotidianamente e coloro che l’hanno accasata dentro a una domus che non sa più cosa significhi natura, entropia e si sono rifugiati nel caldo giaciglio della ipermediazione. Sia essa un new media, una vecchia filosofia o una nuova teologia politica che ha sepolto dentro di sé il seme della critica.

CAPITALISMO, STATO, LEGGE – COME PRATICHE VIOLENTE, DISTRUTTIVE

Oggi, negli anni e nei luoghi in cui e da cui scrivo, il sistema umanità non funziona più: serve una lotta che aiuti a liberare l’umanità dalla parte peggiore di se stessa, che oramai non è più identificabile con un ceto, con una classe politica, allargata, ma con una categoria trasversale, sovraclassista, condivisa in tutta l’umanità globalizzata ed omologata. La globalizzazione richiede questo. Questa nuova classe contro cui combattere potremmo chiamarla classe sovraumanista o suprematista umana.

Il capitalismo si basa sullo sfruttamento di classe – o peggio, all’ultimo stadio, sull’interclassismo negativo – e il potere dello Stato postmoderno, oramai irriconoscibile, strumento di poteri sovraeconomici transnazionali. Non dimentichiamo che queste pratiche sono VIOLENTE. Rompono equilibri a tutti i livelli, distruggono persone, fanno guerre, producono centinaia di morti sul lavoro, rifiuti umani, gente senza dimora, omicidi e femminicidi. Distruggono l’ambiente. Lo stesso diritto, nella sua forma distributiva, spesso è un atto di violenza, quando perde la sua forza di prossimità e di spazio liberamente e consapevolmente ceduto alla parte più debole da chi possiede forza morale e civile, diventando invece merce di un tributo economico passivo.

Molti contrappongono al Capitalismo lo Stato Sociale, trascurando che l’interclassismo negativo ha fuso i due poli, generando il Capitalismo Sociale (concedetemi le maiuscole per distinguerlo da quello di Yunus), l’industrialismo mercantile diffuso, ossia il supermercato sociale, tipico della postmodernità capitalista, che significa l’eccedenza delle produzioni estesa a tutte le classi sociali, andando a ledere la vera e propria riproduzione sociale, che io preferisco chiamare “riproduzione comunitaria”, perché non si fonda sul socium, sul patto affaristico su chi produce e consuma di più, delegando a terzi il resto. Come vedremo, abbiamo bisogno di uno stato res-comunale, non di uno stato sociale, “passivo”, per uscire dall’inganno del capitalismo sociale all’ennesima potenza rappresentato, ai tempi della crisi climatica, dall’esplosione dei consumi e delle eccedenze in tutti i campi, dagli anonimi ed enormi centri commerciali uguali in tutto il mondo fino agli ospedali pubblici Aziendali italiani (A-ulss) che si credono un modello di sanità “pubblica” e invece sono il risultato del male pubblico. Dell’aziendalizzazione del male. Un tempo in mano alla Chiesa Cattolica, ora ai Dirigenti d’Azienda, qualsiasi essa sia, ospedale, oratorio, sanatorio, fino alla base di tutto. La scuola. Pervasa pure essa dal lessico aziendalistica – del sociale capitalizzato – e dalle relative procedure, fatte di debiti e crediti, pure nelle aule: ricordo come fosse ieri il giorno in cui la maestra elementare di mio figlio chiese alla stessa piccola creatura di firmare un contratto (!) per “obbligarlo” ad un comportamento etico, secondo lei possibile – consapevole e responsabile – solo grazie alla firma, al testo scritto.

Questa violenza capitalista è prodotta dallo Stato “sociale” delle cose: con leggi e protezioni e scarti di responsabilità messi in opera mediante contrattualistica (vedi le banche e la fittizia legalità di questa contrattualistica) che disinnesca ogni forma di umanità e comunità proprio attraverso la burocrazia delle relazioni che permette di distaccarsi da ogni relazione personale. La burocrazia di per sé, oltre un certo limite, è violenza. La legge stessa, con tutti i suoi cavilli e necessità di avvocature estreme, è violenza.

Ricordiamo che la legge, in quanto prodotto originario dell’uomo, se perde percezione di questo limite e viene applicata come ipostasi impersonale, diventa un atto di violenza, non la sedimentazione di un senso condiviso e discusso tra la comunità legiferante, che si autogoverna e si pone non tanto sotto alla legge, ma “abbraccia” la legge come compagna di vita, non come un poliziotto pronto a reprimere. In tal modo perde la sua funzione di equilibrio rigenerante delle naturali diversità conviventi e assume la forma di distribuzione repressiva dell’uguaglianza omologante. Non è più generante l’equilibrio, ma fissità senza anima, cieca. La frigida Dike, figlia di Zeus e Temi.

LO STATO COME SPAZIO PUBBLICO DELLE CLASSI. LA DEGENERAZIONE URBANISTICA

L’urbanizzazione stessa – come fenomeno spinto – è un fenomeno di classe: un surplus estratto da qualche parte e da qualcuno, per scopi precisi. Addirittura un fenomeno di sistema quando è esteso a tutte le classi, mediante un interclassismo negativo e dilagante: nasce la grande città, non più come urbe, ma come agglomerato, il quale di per sé non è una comunità, uno spazio comune, ma solo uno spazio protetto dove fare i propri interessi. Nella grande città emerge con forza la spazio pubblico, la terzietà tra le relazioni, dove ognuno è straniero dell’altro. E dove ci si rifugia eccessivamente nella terzietà – delle amministrazioni – quando le parti hanno perso la loro ragione, il loro senso, di vita. Lo Stato da istituzione diventa maledizione. L’interclassismo positivo sfocia in interclassismo negativo, innestando pratiche di irreversibilità che possono portare al suicidio di un’intera civiltà. Un suicidio lento e in tutta l’apparenza civile. Una violenza invisibile. Che si svolge in città. Ma pur sempre un suicidio, con vittime civili sul campo senza che si dichiari una guerra. Il Veneto contemporaneo – devastato dalle proprie opere che hanno messo a rischio l’ambiente – a scapito di una metropoli caotica, spalmata in ogni angolo, la decantata metropoli diffusa – lo dimostra. In altre parole, già usate profeticamente: «Il tessuto urbano fagocita il tessuto umano».

ALTRO PASSAGGIO. DI CLASSE

Si può parlare di classe quando tutti possono diventare o aspirano a diventare élite? Classe superiore? Sia all’interno della scala sociale, sia della classe di appartenenza.

La CLASSE – intesa come situazione sociale insormontabile – non esiste quando esiste la scala sociale percorribile in entrambi i sensi, l’interclassismo, sia positivo, sia negativo. Esistono tuttavia le élites [usiamo qui il plurale anglofono proprio per sottolineare il loro pluralismo], che tendono a mantenere ferme le classi, non come posizioni sociali, ma come gabbie per estrarre valore dai singoli appartenenti. SOLUZIONE: basta mettere un limite al vertice, alla proprietà del vertice, che deve diventare una proprietà sufficiente, non esagerata. Così si eliminano le élites e le prepotenze. Non esistono più classi, manipolabili dalle élites, ma POSIZIONI sociali, rispettose una delle altre, perché in transito senza privilegio una volta acquisito. È funzionale al prepotere – alle élites – costituire la classe come elemento discriminante e condizionabile. Se noi abbattiamo la pacificazione sociale che loro vorrebbero mutuare dalla lotta di classe – entrambe, le classi in lotta, dimentiche della “natura” – in senso archetipo, ambientale – ma che in questo mutuarsi dimostrano vita, transito, e raccolgono le naturali forze del dissenso – possiamo cambiare quella forma di lotta apparente in lotta reale contro il sistema, contro la stasi di un sistema, la sua morte, essendo soggetto ad entropia. Altrimenti le classi, in quanto “classi di transito” – solo così un sistema organico può esistere – perdono la loro funzione di “identità in movimento”, franano su se stesse, in quanto ipostasi dell’individuo, frutto massimo dell’elite. L’individuo stesso rischia di diventare il gerarca unico di una classe. Un dittatore. Bisogna invece fare interagire le “posizioni”, le individualità, tenerle mobili e consapevoli dei propri limiti e della propria transitorietà, dell’essere ognuno transeunte: quello che potrebbe essere chiamato interclassismo positivo, dove le classi non hanno élites stabili e valori di proprietà oltre il limite della prepotenza. Il prepotere vuole le classi in senso verticistico. La giustizia in senso interscambiabile. Come vedremo, l’interclassismo positivo non porta verso la pacificazione sociale, ma verso un sano conflitto tra le classi funzionali ai ruoli di una società.

Nelle classi – dice Harvey – ma pure nell’individuo – «ogni frammento sembra vivere e funzionare autonomamente». Pericolo dell’autonomia, che può diventare autocrazia. Bisognerebbe invece relazionarsi senza centri di potere, mediante interdipendenza.

Autonomia, autorità – autocrazia, autoritarismo: tutto, passato un certo limite, degenera. Capire il limite è capire la vita. Capire che non si è soli è capire la propria fragilità e dipendenza, nonostante la forza e gli attimi di libertà.

Ricapitolando abbiamo:

  1. La lotta di classe: una lotta tra antagonisti (o conflitto negativo), in cui la natura è messa fuori, per equilibrare le parti.
  2. L’interclassimo positivo o conflitto di classe: un conflitto positivo tra classi dove si tiene conto della natura e delle complessità del mondo, in un continuo gioco di riequilibrio, dove le parti possono scambiarsi i ruoli e le élites tenute fermamente a bada, lontane dagli abusi di potere.
  3. L’interclassismo negativo o pacificazione di classe: il conflitto tra classi apparentemente non esiste più. La natura è messa fuori gioco. Pace di classe senza natura.
  4. La lotta di sistema: quando la lotta di classe mostra i suoi limiti e l’interclassisimo negativo ha preso il sopravvento disinnescando ogni interclassismo positivo (il quale tende per natura ad addomesticarsi nella reciprocità dei ruoli sociali), la lotta va spostata sul piano sistemico: le classi hanno perso la loro funzione positiva e vanno completamente riformulate riportando le élites fuori dal gioco, togliendoli potere e l’abuso che fanno di esso, che porta inesorabilmente alla «guerra di classe», poiché la classe superiore che ha messo in crisi l’intero sistema, mira a distruggere e a depredare tutte le classi più deboli. Una specie di totalitarismo di classe dove la classe più forte ha diffuso il proprio immaginario in tutte le classi, creando la confusione totale. Quella che stiamo vivendo oggi.

In breve, l’interclassismo negativo va sempre tenuto d’occhio e riconvertito in interclassismo positivo, in conflitto di classe positivo, altrimenti si rischia il default del sistema con la conseguente necessità che il conflitto di classe non più in atto porti a una lotta di sistema, la quale nella forma più cruda e radicale assumerà la forma di una vera e propria “guerra di classe”. Obiettivo della guerra di classe – dalla parte degli oppressi – è distruggere [estromettere irrimediabilmente dal potere] le élites estrattiviste – generanti la grande forbice tra le classi – in quanto tali – riportandole al livello di umanità che la corsa al profitto ad ogni costo ha espulso dalle loro vite. Dalla nostra vita. Gli oppressori invece hanno come obiettivo alimentare la «guerra tra classi», distruggendo non tanto le classi, anzi mantenendole. Ingabbiandole. La loro distruzione avviene sulle singolarità di ogni genere e specie, classe e categoria, indiscriminatamente. Il capitalismo estrattivista, il suprematismo umano, non guarda in faccia nessuno. Neppure i propri figli. Uccide tutti. Inquinamento ambientale e catastrofi climatiche sono pervasive e senza confini. Sia per la società, sia per la natura. Entrano pure nelle case e nei giardini dei suprematisti e dei loro servi.

Ritorno sul concetto di suprematismo umano. Esso non è solo fondato sullo specismo antropocentrico. Di più. Considera pure la specie umana sacrificabile sull’altare di chi è superiore, anche a livello intraspecifico. L’umano è superiore a tutto, ma ci sono umani superiori agli stessi umani. Uno specismo che mangia se stesso, pure i suoi stessi figli, come sta capitando nelle nostre valli contaminate da pfas. L’antropocentrismo storico appare quasi come un fenomeno ingenuo, leggero, di carattere mitopoietico, a volte solidaristico tra gli stessi umani – vedi le tre religioni monoteiste, giudaismo, cristianesimo, islamismo – rispetto alla crudeltà disumana e specista del suprematismo qui teorizzato come categoria del nostro tempo. Dall’altra parte abbiamo gli antispecisti che nel loro legittimo rancore nei confronti dei soprusi della specie umana possono arrivare all’antiumano, che considera l’uomo come “l’animale più pericoloso del mondo” come fu espresso alla fine della grande mostra ambientalista degli anni 70 a New York ricordata spesso da Murray Bookchin. Appare evidente che si trascurano i legami sociali e i fondamenti teorici di questi legami come base di quella pericolosità, finendo ancora nel circuito chiuso della lotta di categoria, qui specie, dimenticandosi che è solo di una parte di quella specie – quella che impone gerarchie e classificazioni – la responsabilità del disumano, che non dovrebbe essere mai confuso, diventare, antiumano. Alla fine, volenti o nolenti, siamo umani.

CLASSE E STRATO SOCIALE 

In una società omologata non ha più senso parlare di classi, ma di strati intransitivi, ovverosia di un’intera massa omologata non più sulle funzioni e sulle competenze, ma sulla condivisione dello stile di di vita dettato da una sola classe, che fa transitare tutto quello stile a destra e a manca, senza uscire dallo strato. Gli strati spesso sono impermeabili e fanno ingolfare tutto il sistema. 

In una civiltà delle relazioni – che non è più una società, ma una comunità –  si dovrebbe parlare semplicemente di posizioni, dove l’obiettivo dell’eventuale lotta – che già si è trasformata in una interazione positiva (conflitto costruttivo) – è solo la posizione, non la persona, e dove addirittura le classi sono sparite o rimangono come semplici e quasi impercettibili funzioni di ruolo.

Le interazioni tra classi crea le posizioni e la scalabilità. Senza questo conflitto positivo di classe, senza posizioni scalabili e in continuo e coerente rapporto con la natura, con l’alterità, esterna al conflitto, subentra la stratificazione sociale e l’ingolfamento sistemico. Salire di posizione, cambiare lavoro, è allora un’illusione. Si resta pedina di quel lavoro, cieco – il lavoro in senso alto, marxiano, ipostatico e alienante – anche se si arriva alla carica di dirigente o si continua a cambiare ruolo sociale.

La LOTTA è una relazione di contrarietà/contraddizione/azione contro (opposizione negativa, non-distruttiva) quando una classe ruba all’altra, che si trasforma a volte in sano conflitto, in una relazione che cerca l’armonia, l’INTERAZIONE (opposizione positiva, costruttiva, azione tra), ossia quando una classe aiuta l’altra, nella complessità sociale che distingue le grandi aggregazioni di umani.

Quando non c’è né interazione né lotta (opposizione costruttiva o negativa), c’è stasi e pericolo che il sistema si ingolfi, ossia che interazione e lotta non dialoghino più tra loro. La LOTTA (conflitto negativo) è un’azione contraria, necessaria quando dall’altra parte c’è prevaricazione. Senza distruzione. Se una parte ascolta l’altra, pur in conflitto, siamo in uno stato di INTERAZIONE, positiva. Se una parte distrugge l’altra, siamo in uno stato di GUERRA (opposizione negativa e distruttiva). Se una parte fagocita l’altra, senza lotta e interazione positiva, siamo alla STASI, la fine dell’opposizione, la morte nella pacificazione, l’interazione negativa. La stasi nasconde il pericolo della guerra, il conflitto totalitario, che supera la lotta di categoria. Occorre allora spostare il fuoco su ciò che è veramente nemico e sulle strategie per piegarlo, metterlo in ginocchio, se non si vuole distruggerlo fisicamente, ma idealmente. Alla fine, la guerra è una questione di idee, applicate alle categorie che si sono scelte come protagoniste e antagoniste. Un’applicazione del concetto di guerra lo abbiamo fatto nella ARGO Guerra-Lavoro-Prati contro i PFAS, che ha dato il via al nostro grande attacco sistemico, sui nostri territori.

Riassumendo, possiamo distinguere tre forme di opposizione:

  1. Guerra, conflitto totalitario, distruttivo, chiuso in se stesso.
  2. Lotta o conflitto negativo, non distruttivo, chiuso in se stesso. 
  3. Interazione positiva o conflitto positivo, non distruttivo, aperto all’alterità.

L’interazione negativa è la pacificazione, la fine dell’opposizione.

A volte la lotta di classe degenera in guerra “tra” classi (il livello superiore di categoria fagocita il livello inferiore) che può risolversi solo in lotta di sistema, ossia in «guerra di classe», quando le classi hanno perso la loro funzione dialettica e hanno messo in crisi il sistema stesso, al quale non rimane che cambiare radicalmente se vuole ancora avere un senso di vita. Ma se pure il sistema stesso non vuole cambiare, grazie alla lotta, alla lotta di sistema, la guerra di classe rischia di impadronirsi dell’intero sistema. O di addormentarsi nella stasi di sé: la fine di ogni opposizione. In entrambi i casi si rischia la caduta nel baratro della propria follia. Così, il passaggio dalla guerra di classe alla guerra di sistema, per uscire dalla stasi in cui si rischia di cadere, è sempre dietro l’angolo, poiché nello stato di guerra le condizioni per il venire meno di qualsiasi tipo di difesa e di critica, l’incipit della fine di tutto, è sempre presente. Il caos può impadronirsi del caso.

VERSO L’IMPASSE SISTEMICO CAUSATO DALLA CLASSE DELLE CLASSI A CUI TUTTI ASPIRANO

La produzione chiama in causa interessi di classe asimmetrici, sottolinea Harvey: nella scala verticistica del sistema le CLASSI esistono, anzi: è il loro essere transitabili, con l’aspirazione verso l’alto, che rende “complici” tutte le classi, soprattutto le più basse che dovrebbero rompere il sistema verticistico, vertice al quale invece ambiscono. In questo caso la classe è una corporazione che sfrutta la classe inferiore. La transitabilità porta verso l’alto, con rigetto di ritornare verso il basso. Spesso non c’è interazione e nemmeno lotta. C’è domesticazione diffusa e alleanze corporative. Collusione. L’interazione negativa che interrompe ogni dialettica, ogni opposizione costruttiva. La lotta convertita in pacificazione sociale che aspira solo verso l’alto e rompe l’aspetto positivo della funzione transitiva.

L’alleanza corporativa – che avviene quasi sempre tra classi, tra ruoli – influenza la crescita urbana: banchieri, immobiliaristi, imprese di costruzione, manovalanza.

L’attacco all’ambiente e al benessere delle persone è quanto di più palpabile e sta avvenendo in nome di ragioni non strettamente economiche, bensì politiche e di classe, le quali manovrano ed usano come funzione del potere le ragioni economiche. Secondo alcuni, come Stockman, questa recrudescenza che possiamo chiamare estrattivista – nei confronti dell’alterità – sta provocando una evidente GUERRA DI CLASSE [la nostra guerra tra classi, da loro confusa], provocando veri e propri scontri tra minoranze storicamente già depredate, come sta succedendo negli Stati Uniti nei confronti dei neri, degli ispanici, dei nativi americani, nelle zone marginali e nei quartieri poveri dove vengono fatti confluire rifiuti tossici o altre pratiche predatorie, generando una nuovo forma di razzismo ambientale e climatico, come sottolineato da Keucheyan.

Sì, la guerra tra classi quindi c’è, ed è funzionale alla classe. Quella più ricca. Il vertice. Bisogna abbattere la struttura su cui si basa il sistema, le classi (come identità statiche fondate, nel nostro caso contemporaneo, sul reddito, sul denaro, sulla proprietà eccedente, sulla domus ad ogni costo), perché non ci sia più guerra. Ossia non ci sia più una guerra dove la classe più ricca distrugge, uccide, prevarica, sfrutta la classe più povera.

Bisogna abbattere il sistema verticistico, dove la classe nemica è la classe dirigente: un misto di politica e finanza, di devianza della possibilità; ossia dove potere pubblico e privato hanno stretto la loro “comunione strategica”. Oggi – nello Stato contemporaneo addomesticato – più che un tempo, dove le necessità erano superiori al superfluo, il vero nemico è la collusione, l’alleanza tra il pubblico e il privato a scapito del comune. Questa sarà – se proprio volete – la lotta di classe del futuro: la lotta di classe contro la classe dirigente verticistica aziendalista vestita di “bene pubblico”, dove dietro al concetto di azienda, di intrapresa, di impresa, si nasconde un uso smisurato, illecito, egoico, delle risorse, nascoste appunto dietro al pubblico – al concetto di pubblico – per l’utile personale, la domus all’ennesima potenza, sia essa pancia di carne, o edificio di mattone. A cui tutte le classi aspirano, pure la «classe disagiata di disoccupati volontari» (v. Ricolfi). Per questo più che lotta di classe va chiamata – va fatta – guerra di classe. Il livello di opposizione deve passare a un livello superiore. Da lotta a guerra. Se questa opposizione vogliamo farla senza distruggere persone, cose – esautorando tuttavia le soggettività che da esse nascono, ossia demolendole concettualmente, destituendo esse – chiamiamola appunto lotta di sistema, guerra di classe, con il rischio che, se innalzata ancora di un livello, ci scappi di mano, nel momento in cui si perda ogni speranza sul sistema vita, sull’umanità che ci sta dietro ad ogni cittadino dichiarato nemico perché prepotente – per ricordare la dicotomia hobbesiana – e che il tutto diventi una vera e propria guerra civile, non più una guerra di civiltà (che non significa tra civiltà multiple), ossia, ancora meglio, una guerra per civiltà, per una nuova civiltà. Dove la violenza e la prepotenza sono bandite. La nostra “civiltà delle relazioni”. Fatta di relazioni costitutive la prossimità proiettata in avanti, verso la comunanza. La nuova istituzione – mai definita e sempre da curare – dei corpi attivi: appunto, per usare un suggestivo neologismo, la res-comunanza. La democrazia dei corpi attivi.

Lo sappiamo che la parola guerra è una parola difficile da usare. Ma quando serve – se usata disinnescata dalla violenza, come abbiamo già fatto in molte occasioni radicali per combattere mali radicali – serve e va usata.

Ma cosa distingue l’umanità dalla barbarie, dall’uccidere se stessa mediante un atto di autoviolenza? Dal disumano? La sua voce, la parola, la forza di dire no, o di dire sì, in modo civile, non distruttivo, una forza che può e deve essere anche dura e rigorosa, intransigente, mediante un’opposizione che emerge dal di dentro e va fuori verso l’alterità senza distruggerla o manometterla per i propri scopi e senza essere mai prendibile dal nostro avversario. Una voce, non un colpo di fucile. La nostra autentica libertà, perché incontrollabile e imprevedibile. Effimera e trasferibile sopra ogni previsione, anche dei nostri nemici. Distruggiamo perciò le élites, le classi, le categorie coatte, non le persone, i viventi. Distruggiamo i nostri pregiudizi e le nostre prepotenze, le coazioni conseguenti. La nostra forza più grande è la parola, che inizia da due monosillabi.

La traiettoria di un colpo di fucile è prevedibile, una volta partito il colpo. Quello della parola, no.

CONCLUSIONI DI CLASSE E DI LAVORO

Nuovo articolo 1: l’Italia è una res-comune confederale [confederabile] fondata sul lavoro solidale [che non è lavoro salariale e basta, che non è lavoro passivo, ma lavoro attivo, vivo, poco e per tutti, il più possibile libero dalle grandi concentrazioni dei mezzi di produzione, cooperativo, libero dalla finanza e dalle varie forme di dominio e di comando, innescate dal pubblico]. Far lavorare tanto poca gente alimenta il conflitto sociale nei suoi aspetti negativi e distruttivi, con la conseguenza di tenere la massa povera, debole, in mano di pochi padroni. Da sempre.

Ripeto, soffermandomi sulla res-comune; l’Italia è una res-comune – [che è anche il male comune, non solo il bene, ossia il male nella sua forma naturale, ossia liberato dalla “classe sacerdotale” che alla fine fa diventare quel male – sempre – debito pubblico intascato dalla stessa classe dirigente di cui il sacerdote fa parte] – fondata sul lavoro solidale che significa passione, amore, dedizione, relazione, misura per le cose che si devono fare e per le persone che si devono incontrare per incanalare energia necessaria alla vita. Che si fonda sull’improprietà comune [v. la cartuccia dedicata alla res-comune].

La LOTTA di sistema vista dal punto di vista delle classi separate dal verticismo, assume le sembianze di GUERRA di classe, poiché l’obiettivo è distruggere il vertice che ha prodotto la crisi.

Se si rimane all’interno della contrapposizione di classe (il conflitto negativo e positivo) tra classi, mai risolutivo, si continuerà ad alimentare le classi, passando da una classe all’altra in modo antagonista, o solo elevando la propria. All’infinito. Con il rischio che le risorse, il clima, il sistema si esaurisca. Come uscirne? Con la proprietà sufficiente e con lo spazio comune – che è molto di più, in termini di qualità, dello spazio pubblico – si eliminano le classi (come ruoli identitari sovrapersonali), restano le persone, che si possono scambiare i ruoli a seconda delle attitudini, dei talenti, dei meriti e di altro ancora, abbassando di molto il rischio della catastrofe climatica. Che significa fare, vivere, creare spazi di res-comunanza, comunità organiche fondate su relazioni di fiducia, vicinanza, solidarietà, oltre le gabbie del contratto sociale, della coazione imposta da terze parti, lo spazio pubblico, necessario nella complessità, ma che diventa complicazione se diventa fine e motore delle relazioni sociali.

Il sistema verticistico vestito di bene pubblico – che forma la cosiddetta classe dirigente privata collusa con il pubblico, la classe delle classi, la casta, la forma più evoluta dello Stato burocratico indirizzato verso gli interessi individuali – dove tutti fanno affari maggiori grazie al pubblico dominio delle finanze – a cui confluiscono tutte le classi – è una specie di collettore di tutte le classi. Tutti convergono alla punta e coloro che ci arrivano possono vivere senza produrre, senza lavoro vivo, estraendo valore dai lavoratori e risorse dall’ambiente, dai beni collettivi, primari e comuni. Sono i signori del nuovo feudalesimo, fondato non più sulla proprietà materiale, ma su quelle immateriale, fittizia. Poiché non esistente in natura, ma solo negli accordi tra gli umani. Contratti sopra contratti. E i signori hanno una moltitudine di servi, che pretendono reddito a fronte della loro servitù.

Come sottolinea Harvey, questo sviluppo urbano differenziale (grattacieli di lusso, treni tav per dirigenti) che procede su linee di classe, costituisce in realtà un problema globale e segna lo stile del sistema verticistico.

Questi poteri di classe trasversali dominano il processo urbano con vari dispositivi, primo tra tutto l’indirizzo ai consumi, la MODA, la costruzione di immaginario effimero di pronto e veloce consumo mediante il quale si pensa di potere entrare in una classe, basta vestirsi o apparire come tale. Ma la “classe”, la distinzione personale, non è un fatto di moda. È un fatto concreto che si può tuttavia barattare con un simbolo, con un’immagine che veicola un messaggio, una forza. Ed è ciò a cui la moda aspira per catturare il desiderio di ogni persona: la sua unicità, venduta già impacchettata e senza fatica, che in realtà omologa l’unico per permettere all’industria la produzione di massa, il consumo di massa, anche quando questa massa si crede un’elite. La massa alla fine non è nient’altro che la quantità di persone che si lascia attrarre da un indirizzo, da una via, che segue per semplice onda di deriva e di consequenzialità. Lo si fa attraverso la manipolazione della relazione personale, che diventa relazione manipolata dall’immaginario introdotto dalla pubblicità o dalla strumento che si sostituisce alla relazione. Strumento che può essere di qualsiasi natura. Compito delle cosiddette prime linee, di chi sta sulla linea del fronte, nel bene e nel male, è indirizzare o guidare o svegliare le masse. La prima linea – nel tempo, negativo, “avanguardie” – è la parte della massa che è sulla linea, quasi fuori di essa, e che comporta uno spostamento dell’intero massa-sistema. Un musicista scialbo come Jovanotti o un calciatore statuario come Ronaldo possono fare le differenza nello spostamento delle masse. Sono avanguardisti del consumo. Punti della prima linea. Ciò che loro comunicano è moda. Spostamenti di un punto che diventa linea e che si trascina con sé la massa, inerte e per sua natura acritica, disinnescata. Sono strumenti del consumo di massa.

Quando uno stile passa da una classe all’altra, non c’è più una differenza di classe, ma una differenza di reddito e una affinità di domesticità: il CETO, dove tutti consumano più o meno le stesse cose, a seconda del reddito (basso, medio, alto). Se l’elemento fondante della classe era il lavoro e la sua funzione, l’elemento fondante del ceto è il consumo. Il mondo occidentale consumistico di massa si basa sul potere del ceto medio, a cui tutti aspirano: la vecchia borghesia del villaggio italiano, l’abitante del borgo fatto di case private e di beni pubblici, dove il comune è messo ai margini e spesso si cede parte della propria sovranità ad un signore, ad un monarca, ad un regnante, alle sue guardie, pur di stare tranquilli e di non essere disturbati dal popolo vociante e beota. Allo Stato Pubblico. Voci oggi messe allo sbando mediante le superbe distrazioni di massa del contemporaneo, che fanno essere un tutt’uno la vecchia borghesia con il vecchio popolo: l’indistizione di massa del ceto medio di stampo consumistico, che consuma se stesso. Il fatto sconcertante è che il ceto medio consuma di più di quello che è lecito consumare per un equilibrio con ciò che non rientra negli elementi del ceto: i beni comuni e i beni primari. Il ceto è il frutto dell’interclassismo negativo.

LA DISTINZIONE TRA CLASSE E MINORANZE/MAGGIORANZE

Le minoranze/maggioranze sono le classi assemblate mediante il transito. Parlerei di dominio delle MINORANZE o delle MAGGIORANZE – dei ceti frutti dell’interclassismo negativo fondato sul voto passivo – poiché non c’è differenza culturale tra chi sta in basso e chi sta in alto: l’omologazione culturale globale ha distrutto la differenza di classe: ora esiste solo la differenza di reddito poiché culturalmente tutti sono allo stesso livello e hanno le stesse possibilità di transito e ambizioni: domesticità e benessere spinto. Mediante il voto, e relativi tributi e attributi. La globalizzazione – con la sua pacificazione dei sensi diffusa – ha eliminato le classi e ha creato il CETO (soprattutto il ceto medio urbano: la “classe media”). Eliminare gli estremi della cetizzazione, ricchissimi e poverissimi, è forse l’ideale della socialità – intesa come gestione della complessità attraverso il pubblico, mediante il voto passivo e relativi tributi, la cui fine naturale, se si elimina la lotta di classe, è la cetizzazione di massa – con il rischio che questa si riduca a domesticità e a benessere materiale, superiore alle energie che può rigenerare l’intero sistema, con la possibilità costante del collasso dello stesso.

Deduzione finale: il voto passivo – non contemplato come soluzione nella lotta di classe – porta alla morte del sistema. Alla sua implosione. Che resta in piedi finché coloro che non hanno accesso al voto – coloro che il sociologo italiano Ricolfi chiama l’infrastruttura paraschiavistica – e la sostenibilità ambientale, i due pilastri sui cui poggia la società occidentale, non collassano. Basta che uno dei due pilastri – comunicanti – ceda, e tutto viene giù. 

Sottolineo: i due pilastri non pagano i tributi e non hanno diritto. Sono la parte nera del mondo che genera un enorme contributo comune – fagocitato dal pubblico – invisibile. Quella su cui si fondano i diritti degli altri.

Cosa facciamo? Eliminiamo le minoranze/maggioranze espresse dal voto? No. Impossibile in un sistema complesso che ha deciso di mettere insieme una moltitudine di parti. Possiamo invece eliminare, calmierare, quelle pre-potenti. Dobbiamo adoperarci affinché le minoranze/maggioranze pre-potenti, diventino post-potenti, “illuminate”, uscendo dalla passività del voto. Cosa nasconde il voto? Una passività omologante, in cambio di un tributo e di una manciata di benessere. La rinuncia alla critica attiva della società e a un transito positivo, a un interclassismo organico, che stemperi l’estrazione di valore dallo paraschiavismo e dall’ambiente. Soprattutto nei paesi del primo mondo.

L’EMERGERE DEL VOTO PASSIVO

Come ben intuisce Harvey, «il compromesso storico ha rafforzato in modo spropositato il ceto medio annullando un sano conflitto sociale che dimostrava la non eternità del sistema». Quel conflitto sociale è il sano interclassismo positivo necessario a un sistema complesso perché possa riflettere sui propri limiti. Se invece tutto viene pacificato e addomesticato, emerge la classe dirigente, la vera protagonista del voto passivo. La classe dirigente – che propriamente non lavora, al vivo – espropria il valore del prodotto dal controllo dei lavoratori – la classe dominata – che lo producono, illudendoli di essere protagonisti attraverso il voto e la liberatoria delle tasse, come tributi passivi, in mano a chi ha ricevuto il voto.

Qui scopriamo innanzi tutto il dispositivo del voto passivo, fondamento primario della classe dirigente. Voto passivo che nella sua forma più subdola – propria per la sua passività e radicale in-proprietà – diventa voto di scambio, come nelle pratiche mafiose [v. MAFIA].

Per eliminare il dominio bisogna eliminare l’illusione che con un voto si risolva tutto. Bisogna eliminare il voto passivo e la passività introdotta nella società attraverso il voto e le sue conseguenze e fondamenti, tributi passivi compresi. Pezzetti di carta che nascondono in sé la follia del contratto, il delegare a terzi la libertà del mondo. La libertà della persona. Se non tutta, quasi.

Il voto per certi versi è eliminare la propria voce che viene assorbita da un foglio di carta. Nelle società complesse è necessario per la gestione delle troppe voci. Ma se proprio si deve – votare, fare assorbire la propria voce su un pezzo di carta – appena votato non si deve credere che tutto sia finito lì. Occorre riconfigurare il concetto di democrazia verso la sua forma di una partecipazione dei corpi attivi. Corpi – fatti di carne e di mente – non semplici cittadini. Nei territori. Dopo quattro secoli non abbiamo ancora inteso la distinzione hobbesiana tra uomo e cittadino-suddito, tra umanità e Stato. Se crediamo che affidare la propria sovranità allo Stato – perché rappresenta tutti, ed esso governi attraverso la Legge, l’autorità sovrana emanata dall’alto per via di un patto sociale, approvata un tempo dal sigillo cristiano e oggi dalla pacificazione globale dei corpi – e che questo patto ci permetta di vivere bene e fermarci a questo, abbiamo fallito. Quella sovranità escludeva non tanto e solo la partecipazione attiva, ma soprattutto la conseguenza più grave di questa disattivazione: il mondo, ciò che oggi, in tempi più evoluti e meno dottrinali, potremmo chiamare “il respiro del territorio”. Il respiro, la voce della terra. Impossibile da registrare su un foglio di carta dove il cittadino illuso esprime il suo voto passivo. Il distacco dalla e della politica. Dai territori.

PASSAGGIO URBANISTICO. LA VISIONE OPERAISTA E LA GHETTIZZAZIONE DELLE CLASSI 

Le classi dominate spesso vengono confinate in quartieri urbanisticamente ideati per meglio controllarle. Tutta l’urbanistica sociale, quando è coatta e senza partecipazione dei lavoratori, dei cittadini, è da rivedere come forma di controllo, non di filantropia. Che differenza c’è tra la città marzottiana e la città olivettiana? La prima era per controllare e veicolare le forze per portare verso il regno del denaro e della finanza, come la storia della famiglia Marzotto dimostra, ammantandosi di una vernice filantropica. La seconda era per uscire dal “regno del denaro”- di conio olivettiano – attraverso l’organizzazione del lavoro impartita dall’alto. Tuttavia era proprio quell’alto a non reggere il confronto con l’alterità. Quell’alto credeva ancora troppo nella forza liberatrice del lavoro, trascurando l’aspetto coercitivo primigenio. Se l’uomo si identifica con il lavoroArbeit macht freiha scritto su di sé la parola fine. La materia rimane materia e dimentica il respiro dell’oltranza, che si alza sui confini di ogni territorio, da parte del vivente. Di ciò che le culture antiche chiamavano spirito, anima, e una cultura moderna dovrebbe semplicemente chiamare libertà concreta: l’esperienza di sé attraverso l’irriducibilità dell’altro, camminandoci – anche fisicamente (la nostra esistenza che si fa contatto) – dentro, se è natura. O al suo fianco, se è persona. L’altrove di se stessi entrando nell’altro. O incontrandolo. Senza la volontà di modificarlo, perché sai che non sei eterno e presto tu stesso ti dissolverai in qualcosa che non sarai tu. Attraversare e lasciarsi attraversare.

Parentesi digitale. [Qui, a latere, ricordo il mio primo progetto di collettivo digitale su questo tema: Intraisass, da cui Antersass, il nome della mia casa editrice: l’8 marzo del 2000, vent’anni fa apparve in rete il primo articolo].

Punto essenziale di Harvey e dell’operaismo: le sinistre hanno sempre trascurato troppo la carica rivoluzionaria dei movimenti che non si fermavano alla sola lotta “lavorista”. L’operaismo italiano deve fare scuola per le sue visioni “oltranziste” sul lavoro.

Essendo il lavoro ciò che distingue le classi, si capisce che nella nuova lotta – contemporanea, eco-sociale – l’ambiente surclassa le classi e sposta il problema sull’ambiente, su ciò che è altro da tutti i lavoratori, da tutte le classi, e che il sistema stesso ha messo da una parte, uccidendolo. Il sistema si sconfigge facendo entrare dentro di esso il suo anticorpo, l’ambiente, che gli porrà per sempre un limite, un controllo, allo strapotere del sistema stesso. Le lotte per le relazioni sociali, al di là del lavoro, dei movimenti urbani, anticipano questo spostamento della lotta, che non è più una lotta di classe, ma una lotta di sistema. La lotta di classe marxiana è funzionale al sistema perché non esce dalla logica lavoro-classe su cui è fondato il sistema della prepotenza. Lo stempera. Ma non lo sconfigge. La rivoluzione di classe è perciò una finta rivoluzione, perché tiene in ballo il sistema: abolisce il rapporto capitale/lavoro, le due classi, e fa diventare tutto lavoro. Vivo o morto, a seconda della lungimiranza del regime che si instaura. Una vera rivoluzione eliminerebbe il lavoro come strumento di potere e di dominio: il lavoro andrebbe soggetto alla risposta ambientale, a ciò che ci è richiesto per sopravvivere, non per dominare gli altri; il conflitto di classe sarebbe perciò declinato in funzione dell’obiettivo comune; non ci sarebbero più classi, ma ruoli, o, al massimo, posizioni. No potere al popolo, ma potere a nessuno, e se proprio si deve gestire il potere – l’unica autentica funzione della politica – lo si si dia alle assemblee, alle persone attive, alla “democrazia dei corpi attivi”, che hanno i piedi sulla terra, nei territori. La lotta di classe fondata sul lavoro semplifica troppe cose, come le abitudini di vita e le aspirazioni condivise tra le stesse classi, spesso consumistiche e succubi del superfluo allo stesso modo, insensibili verso l’ambiente, il cosiddetto interclassimo negativo.

Parentesi storica. [Così possiamo riassumere la lotta anticapitalista marxiana: alla fine essa deve penetrare nelle viscere del sistema ed estirpare il cancro dei rapporti di classe, ossia portare all’abolizione del rapporto di classe LAVORO/CAPITALE – operai/padroni – per arrivare alla dittatura del proletariato fino all’estinzione dello Stato e delle classi. Marx è chiaro: gli operai devono unirisi per controllare i processi e le forme di produzione, mediante autogestione, cooperazione. Tuttavia, la mia umile e fondata critica, consiste – in estrema sintesi – nel dire che è inutile controllare e diventare addomesticati, artificiali, padroni od operai, sempre servi del finto benessere [il welfare state di Colin Ward] e arrivare a una mediocrità e omologazione delle classi, ossia al dominio del ceto medio-mediocre addomesticato dove confluiscono dirigenti e dominati. Non si esce dal vicolo cieco che il razionalismo possa dominare tutto, anche gli aspetti irrazionali non solo dell’umanità, ma di dove l’umanità è inserita e ne rappresenta solo una parte, parte nel XXI secolo non più trascurabile – 7 miliardi di consumatori – per l’equilibrio ecosistemico del pianeta].

Bisogna eliminare il ceto, il dominio, il voto passivo. La ghettizzazione della personalità. Delle classi.

PERICOLO DELLA VECCHIA LOTTA DI CLASSE

Harvey è chiaro: bisogna riconcettualizzare il concetto di classe e quindi ridefinire il terreno delle lotte di classe. ATTENZIONE però a non fare solo le lotte di classe mentre fuori uccidiamo l’ambiente – aggiungo io – perché alla fine l’obiettivo di ogni classe è di ottenere il meglio per sé.

Un tempo la lotta era concentrata sulle fabbriche. Poiché si vedeva la classe operaia come avanguardia del proletariato. Fabbrica come luogo privilegiato del plusvalore. L’operaismo sociale superò questa visione di cui Harvey stesso non si rende conto. Tuttavia gli operai sociali caddero nel tranello dei loro padroni: essi oggi sono come i loro padroni, bramano a rimpinzarsi il più possibile, a stare al caldo nelle loro macchine, ad avere lo stesso stile di vita, occupare una poltrona di potere, anche se a un livello più basso: che differenza c’è tra un Girardi [dirigente d’azienda, vicentino, prototipo del buon dirigente] con la Porsche o l’operaio con la Fiat che portano i loro figli nella stessa scuola del mio paese: nessuna, entrambi sono addomesticati, rinchiusi nello stesso immaginario: solo che uno ha una domus più grande e più calda, al quale l’altro ambisce. Entrambi sono fuori da scuola d’inverno, e pure d’estate, con l’auto accesa e la coscienza spenta. Un sociologo ha definito recentemente questa società, “società signorile di massa” (Ricolfi), io la definirei società addomesticata di massa – dove nella domus inserirei le due caratteristiche principali di queste società del nuovo millennio: la domesticità delle facoltà e la relativa risposta spannometrica alla complessità del mondo (v. gli Spannoveneti su Non torneranno i prati). I “signori” di un tempo non avevano ancora addormentato le facoltà dell’intelligenza oggi sottoposte a limature neuroplastiche continue da parte della potenza dei nuovi apparati tecnologici. A questi due fattori del domus postmoderno va poi aggiunta la caratteristica a noi mancante dei signori di un tempo: la sovranità del controllo sulle proprietà individuali e dell’individuo stesso come creatura nello spazio, sovranità oggi violate sempre di più dal controllo pervasivo tecnologico. In sintesi: siamo signori in niente, ma solo delle bestie domestiche, al guinzaglio del consumo e della tecnologia, che sa in ogni momento dove siamo e cosa consumiamo, per meglio imboccarci il pasto quotidiano. Per questo e per altro la “società signorile di massa” non sta in piedi. Essa trascura il “capitalismo della sorveglianza” teorizzato dalla sociologa Zuboff, ma soprattutto il lavoro sociale, vivo, non salariato che le masse esprimono liberamente, anche senza produrre niente di mercificabile, come le buone pratiche di comunanza. Fondamento della riproduzione sociale che tiene in piedi ancora il mondo messo in ginocchio dal tardocapitalismo.

Ritornando ai movimenti urbani, essi vengono paragonati da Harvey alla Comune di Parigi dove la lotta di classe veniva intesa come spazio abitato dai lavoratori e oggi dai precari. Tuttavia, tutti vogliono in questo loro abitare domestico lo stesso dei loro padroni: ambiscono agli stessi stili di vita. Invece la differenza lo fa LO STILE DI VITA non la CLASSE DI APPARTENENZA o il RUOLO. La scelta di vita. 

Secondo le evidenze, per ragioni storico-climatiche non si può più crescere: gli analisti mostrano un punto di flessione del capitale, per usare termini marxiani. Mentre i nostri governanti – sciagurati – inneggiano sempre alla crescita. Secondo gli stessi termini, bisogna abolire il potere che la legge capitalista del valore ha di regolare il mercato mondiale: nei nostri termini, più concreti, il valore non è più la crescita, il lavoro, ma la persona e le sue fragilità. Ossia, nei vecchi termini, ciò richiede l’abolizione del rapporto di classe dominante che sostiene e impone una continua espansione della produzione e della realizzazione del plusvalore. Rimane in questa abusata terminologia la confusione tra rapporto di classi di persone – operai, impiegati, imprenditori – la quale mantiene – ancora e nonostante tutto – la dittatura del lavoro, basta che ce ne sia per tutti e anzi sempre di più se questo porta a un surplus dei bisogni. Ossia, lavoriamo troppo perché vogliamo troppo, comodità, piacere, lusso. Ma pure e spesso facciamo lavorare troppo a condizioni criminali una massa di persone che sono i nuovi schiavi del mondo, tingendo di valore il nostro comodo e appagante lavoro addomesticato. Il Veneto – regione per certi versi criminale e addomesticata sul lavoro – docet.

L’operaismo dei collettivi politici italiani superò di gran lunga questa visione. Bisogna dirlo con forza. E per questo fu criminalizzato, ostracizzato e infine drogato.

A quella visione ci arriva tardivamente anche Harvey: «Lo sfruttamento di classe non si limita al solo posto di lavoro: vedi economie predatorie di esproprio o di mercificazione, messe in opera negli spazi abitativi, non in fabbrica». Quindi, non è più la fabbrica il solo terreno di battaglia! Arrivarci dopo quarant’anni – di un sociologo americano! – dalla grande elaborazione operaista italiana ha fatto sì che il capitale si sia preso un vantaggio difficile da colmare e un sopravvento sulle cittadinanze di tutto il mondo da aver portato l’intero globo in un clima distopico di irreversibilità. Soprattutto grazie agli enormi sviluppi della scienza e della tecnologia. Sorprende che lo stesso sociologo non consideri l’Environmental Justice Movement e il razzismo ambientale nato negli anni 80 negli Stati Uniti.

Ancora: ci sono «concessioni salariali recuperate dal capitale attraverso il commercio, società di credito, banche! Questa estrazione continua porta alla sofferenza la popolazione urbana. Il potere di classe si riproduce sia nel lavoro sia nella vita». Ma se tutte le classi ambiscono alla stesso paradigma e spostano solo i rapporti di potere e di forza, il potere che si riproduce e sottomette tutti è, secondo la nostra analisi, il POTERE DI SISTEMA. Non di classe. 

Questi movimenti – secondo Harvey – hanno sempre un contenuto di classe. Per noi è un errore. Essi hanno un contenuto di sistema, marcio. Noi non vediamo più una classe al potere, ma un sistema di vita al potere, marcio, dal re al povero. 

Che importa al capitalista se il valore viene estratto dalla merce e dai circuiti monetari invece che direttamente dalla produzione? Importa tuttavia dal punto di vista etico, perché significa che l’operaio avalla lo stile di vita del capitalista e vuole essere tale e quale a lui! Prova ne è che l’operaio stesso investe in prodotti bancari i suoi risparmi.

Harvey giunge alle conclusioni degli operaisti, allargando l’obiettivo sull’ambiente sociale delle lotte, affermando che il significato della parola proletariato potrebbe uscirne modificato: nei quartieri possono avvenire forme di solidarietà sociali e politiche diverse dalle fabbriche.

Tuttavia attenzione: cambiano i parametri della classe, che diventano più macro: padroni e operai possono essere ad esempio della stessa etnia, fino a far sparire lo stesso concetto di classe tra gli umani:  la classe “umanità” potrebbe addirittura far sparire la lotta tra classi di umani, specie se addomesticati. La lotta tra umani potrebbe allora spostarsi in metaclassi: tra addomesticati e indomestici, tra uomo e natura, tra artificio e origine. Tra dagherrotipo e archetipo. Tra copia riproducibile e originale.

Le nuove classi della lotta anticapitalista non reggono. Neppure il PROLETARIATO DIFFUSO STA IN PIEDI, perché figli e precari sono addomesticati negli stessi stili di vita. Se proprio esistono della classi in lotta sono gli ADDOMESTICATI contro gli INDOMESTICI. 

Qui da noi lo scontro è avvenuto – come ora vi dirò – in modo formidabile sul piano simbolico: i capitalisti transnazionali contro gli Angry Animals.

LA NUOVA LOTTA. LA LOTTA INDOMESTICA

Oggi si prefigura la lotta degli indomestici, la lotta indomestica. Gli indomestici non appartengono alla casa, ma al luogo, al territorio, alla terra. Sono, simbolicamente, gli animali arrabbiati, gli Angry Animals. Hanno capito che la differenza la fa la geografia, la conoscenza dei luoghi dove di nasce e si vive, non la frequentazione delle fabbriche e delle case. Perché è nei territori che si conservano e si riproducono i beni primari, come la terra, l’acqua, l’aria. Bisogna recuperare l’origine delle cose nei territori per non essere sopraffatti dall’artificio o limitare la riproduzione sociale alla sola lotta “sociale”.

Invece la classe del lavoratore non appartiene al luogo. Come la classe del padrone. Il primo appartiene al lavoro. Il secondo al capitale. Ne consegue che tutto il capitale collettivo coinvolto nella vita urbana è un lavoro per addomesticare. Per questo tra i “domestici”, siano essi padroni o sudditi, operai o idraulici indipendenti, non c’è differenza.

Le conclusioni a cui arriva Harvey sono perciò discutibili: «distinzioni tra urbano e rurale non hanno più senso. Concetti come quello di lavoro e di classe devono essere radicalmente riformulati. La lotta per i diritti collettivi dei cittadini deve essere vista come parte integrante della lotta di classe anticapitalista». Noi diremo: sì riformulati, ma mantenuti, finché tutti sono parimenti domestici, addomesticati! La lotta va fatta contro il sistema di cui lo stesso lavoro e classe anticapitalista fanno parte perché entrambi ambiscono allo stesso obiettivo: la domesticità perenne, la pensione eterna. Ovvero, sia il contadino sia l’urbanizzato hanno accettato lo stesso regime di vita: la riproduzione sociale che pacifica i corpi e azzera la coscienza.

La domesticità ha rotto tutte le distinzioni di classe e ha fatto in modo che una lotta di classe confinata dentro ai legittimi bisogni di giustizia sul lavoro e sui diritti sociali si aprisse alla questione ambientale e per tutti diventasse ora una lotta di sistema. Il fallimento è tuttavia da addebitare a certe classi, anche di pensiero, che hanno omologato tutto il sistema e hanno esteso lo stile di una classe a tutto il resto: lo stile capitalista ha pervaso il mondo, anche quello di opposizione proletaria. Imperativo è sì combattere quella classe omologatrice, ma anche riconoscere quanto di quella classe si è introdotto nelle altri classi, pacificando il conflitto.

Eliminando una sano conflitto tra classi, dimenticandosi dell’ambiente in questo conflitto, si è arrivato a tutto ciò.

Soluzione: ristabilire un sano conflitto tra classi, ma non più chiuso sulla questione economica, politico-sociale, ma aperto alla fragilità del sistema, all’ambiente. Ecco perché il ruolo pacificatorio di certi terzi corpi, come i preti e i sindacati, se esagerato e manipolatorio, è nocivo, perché addormentano le coscienze e lo spirito critico, offrendo sicurezze preconfezionate e autoreferenziali. Preti e sindacati devono invece gestire, meglio, alimentare, il sano conflitto sociale, che sarà perenne in una “società” complessa, non addormentarlo.

RIMAR 70

Manifestazione di operai e sindacati fine anni 70 a Vicenza. Prima linea del Consiglio di Fabbrica RIMAR (futura MITENI), Valle dell’Agno, denuncia il pericolo ambientale e l’attentato alla salute. Foto Archivio Enzo Ciscato FLM Acciaierie

Condizioni per la rivolta/rivoluzione/guerra-“civile”-di-classe (considerando il caso parallelo boliviano di decenni fa)? Il rifiuto popolare contro le politiche predatorie neoliberiste – su tutto e tutti – oggi in mano a oligarchie corporative su scala globale – deve fondersi con la lotta per la liberazione dalla “repressione ambientale” a cui tutte le popolazioni sono sottoposte. In particolare, nelle zone più inquinate, che devono diventate vettori d’accelerazione: massimo esempio lo abbiamo nelle Valli dell’Agno e del Chiampo, colpite da tumori e malattie, tra le più inquinate non solo d’Italia, ma del mondo.

Deve farsi strada una NUOVA lotta ambientalista, per certi versi, di vecchia data, parallela alle lotte sociali, che ha avuto alcuni germi pionieri proprio nelle valli citate nel momento in cui l’operaismo italiano veneto – lungimirante rispetto alla lettura marxista, più o meno ortodossa, del lavoro fordista – ha innestato su di sé le istanze ambientali. Istanze già prese in carico da altri lungimiranti movimenti nati dagli anni 80 in tutto il mondo, tra cui è doveroso ricordare le lotte dei nativi americani e delle popolazioni di colore sottoposte a un vero e proprio razzismo “ambientale”, divenute discariche abusive o territori da depredare, la cui ultima versione, in salsa italiana, del razzismo di classe, ambientale, americano, sono la Terra dei Fuochi campana e la Terra dei Pfas veneta, terre dimenticate e perdute, in mano alle mafie o alle elite del profitto: in queste zone ambientalmente depresse è stato possibile fare di tutto perché il territorio è oggi, più che mai, devastato, perduto, grazie ad una classe dirigente politica arrivata al massimo grado della servitù consociativa, trasversale a tutti i partiti e trasferita a tutte le classi. L’interclassismo negativo di cui vi parlavo. Non è un caso che razzismo nordista e mafie meridionali abbiano in queste terre il loro più alto sviluppo. Gli affari a fondo “pubblico” perduto e il relativo stato di emergenza permanente – per qualsiasi cosa anormale che accada in questi fragili ecosistemi – sono il non plus ultra del sistema in cui stiamo vivendo e contro cui bisogna insorgere. L’INSORGENZA CONTRO L’EMERGENZA – oggi sistemica, consociativa, climatica – è la formula che dobbiamo adottare per accelerare il cambiamento radicale.

Questa rivolta/rivoluzione/guerra-“civile”-di-classe potremmo chiamarla “guerra ambientalista di classe”, dove sul campo di battaglia non ci saranno vittime e morti ad personam – la violenza è sempre da evitare e da non confondere con la forza: la prima è espressione brutale della classe contro cui si combatte – ma ci sarà, piegato al suolo, la classe suprematista umana.

Ossia, il tardo capitalismo più volte accennato in questo scritto, il sistema neoliberista e tecnocratico – dove la scienza è la serva e la filosofia la badante, dell’economia – che su esso si fonda e che ha prodotto un corporativismo oligarchico su scala globale difficile da analizzare e da combattere, tanto è pervasivo e interclassista: un neomercantilismo che può inquinare la “conversione ecologica radicale” da tanti osannata, riducendo tutto all’interno della solita gabbia economicista. Al greenwashing.

La contro-accelerazione di questa ““guerra ambientalista di classe”, il non plus ultra della lotta di sistema, come sta avvenendo oggi con la crisi climatica, la chiameremo rivoluzione ambientalista di tutte le classi contro una classe”: questa in nuce è l’attuale rivoluzione climatica. Una rivoluzione dell’umanità contro se stessa, dell’uomo contro di sé, contro la parte peggiore di sé, quella che lo vuole al centro del mondo e tutto il resto al suo servizio, sottomesso. La rivoluzione capovolge tutto: uomo e mondo, lavoro e ambiente, devono diventare compagni di vita, non più poli separati, inconciliabili. E il secondo elemento va messo sempre davanti al primo, per meglio camminare insieme. L’anello debole è l’autentica forza della cordata, che trasfigura la prepotenza potenziale dell’anello forte in post-potenza [v. Breve saggio su Ambiente e lavoro. In ricordo di Mario Rigoni Stern, Asiago 2018].

COME CI SI ORGANIZZA

Come ci si organizza? In realtà non dobbiamo sostituire uno Stato, un’organizzazione, che per certi aspetti funziona bene ed è frutto di conflitti sedimentati, ma un sistema, una mentalità, ossia dobbiamo sostituire il software non l’hardware. A volte ci concentriamo troppo sulle strutture, dimenticando di come farle funzionare bene.

In molte parti del mondo il problema non è la democrazia, la struttura – frutto di continue lotte e ripensamenti sulla gestione del potere – l’hardware, ma lo stile di vita, il software, che ha perso il senso della struttura. Certo, a volte la struttura ha superato come peso – ossia energie messe in moto e sedimentate – lo svolgersi della funzione democratica, da imballare tutto. Gli stessi anticorpi democratici costituenti che sanno che lavorare troppo, senza solidarietà e rispetto ambientale, senza requisiti sociali minini – come la “salute comune” – ossia pubblica e partecipata, liberata dal privato – senza giustizia nei confronti della grandi proprietà che espropriano le minime esistenze, sono resi innocui: l’architettura democratica è diventata troppo pubblica e non più comune, con il risultato che i cittadini vengono azzerati da uno stile di vita omologato, addomesticato, illusoriamente democratico mediante dispositivi che sembrano liberatori, come il voto o la libera – spesso strategicamente caotica – informazione. O, peggio ancora, l’accesso indiscriminato al consumo. Tutti tacciono, anche gli anticorpi, e nessuno partecipa. Specie se si versa l’obolo pubblico e con questo si crede di aver accesso a tutti i diritti del mondo. Compreso quello di essere pagati, come anticorpi divenuti pubblici, molto più del dovuto.

Soluzione: ristabilire, reinventare, riconfigurare le assemblee popolari comunitarie – di tutte le soggettività – mediante una continua creazione/rigenerazione operata dai corpi attivi, in transito. Che oliano la struttura e la rigenera continuamente e costitutivamente. Non ha importanza cosa succede e chi emergerà, ma si innescherà un sano conflitto tra la popolazione che porterà a una maggiore coscienza, oggi sempre più addomesticata per i grandi risultati e agevolazioni introdotte dalla tecnologia e dalla sua capacità di democratizzazione. Che significa pure, pur-troppo, omologazione. Nel momento in cui la democrazia diventa passività o finta attività, ipermediatizzata.

Proviamo a pensare come è organizzata la vita “comunitaria” – di scambio sociale – nelle nostre città? Mancano le piccole e le grandi assemblee di popolo (qui inteso come moltitudine di singolarità), in parte disinnescate dalle assemblee religiose e dai riti sportivi o di intrattenimento culturale spettacolare, importanti per comunicare valori e ideali, ma nelle quali mai avviene il confronto. La società dello spettacolo è funzionale ai grandi poteri. Raccoglie le esigenze e devia le attenzioni. Essa prelude alla società dell’addomesticamento. In altre parole, una ritualità troppo spinta e chiusa solo nel proprio svolgersi e celebrarsi, è deleteria. Non (ci) si accorge del continuo avvicendarsi della contingenza, della fragilità, dell’entropia.

Non è lo Stato – nelle sue forme democratiche – che dobbiamo cambiare in primis, ma le persone, ingabbiate nel loro essere diventate “schiave del pubblico”, l’apparenza della democrazia, il pilastro della domesticità: prima delle riforme strutturali, servono le riforme “sostanziali”, per poi debellare lo stato sistemico res-pubblicano contemporaneo, il quale non è altro che lo Stato che ha «reso comune attraverso il pubblico» lo stile di vita capitalistico. Un inganno, un’illusione di libertà distribuita. Una FALSA comunità. Si parla ancora di CLASSE capitalista: in realtà lo stile di vita di quella classe – lo stile domestico – è stato diffuso a tutti e diventato sistema. Perciò non è più lotta di classe perché lo stile di una classe – il suo immaginario – ha invaso le altre classi omologando tutto il sistema. Oggi più che mai, grazie al dominio della videocultura e delle reti informatiche che veicolano proprio quell’immaginario videotico, semplice da costruire, manipolare, deviare. Esso viene usato come dispositivo di disinnesco alla critica.

Per Harvey il nostro compito è quello di costruire collettivamente la città socialista sulle rovine delle distruttive urbanizzazioni capitaliste. Per noi invece è costruire non tanto la città socialista, che ancora pensa al lavoro, alle pensioni, alle tasse pubbliche assistenzialiste!, ma la civitas res-comunale! La civiltà delle relazioni dove la violenza invisibile del capitalismo è messa fuori gioco a scapito della res-comune. Ossia, bisogna uscire dal concetto di sociale – di contratto tra le parti, di socialità tra soci che pensano all’utile individuale – ed espanderlo in res-comunale. Bisogna diventare compagni nel comune, nel bene e nel male. Senza chiedere a terze parti di toglierci il contatto con noi stessi e con la terra dove viviamo. Con i nostri corpi. In altre parole, uscire dalle città, dalle grandi città. Il nostro modello, eventualmente, è la corte comunitaria, la piazza spontanea e autopoietica, non la piazza pubblica, regimentata e ritualizzata, impersonale, della grande città. ATTENZIONE: non dimentichiamolo: il cuore delle grandi piazze capitaliste – i centri commerciali, le nuove piazze postmoderne – non sono le persone, ma i percorsi ipermediatizzati del consumo e dell’estranietà da tutto ciò che ti è vicino, tanto si è concentrati sull’acquisto del proprio personale desiderio. E questi percorsi sono tutti in mano a grandi potenti immagini – cartelloni e paesaggi pubblicitari – che ci accompagnano ad ogni passo.

Bisogna uscire dal semplice sistema Stato Pubblico-Individuo-Nazione post-moderna, in mano a una complicazione di attori amministrativi a troppi livelli (Comune/Provincia/Regione/Stato), ed entrare nel “complesso stato” Res/comunale-Persona, Confederazioni Nazionali, fatto di nuovi luoghi e linguaggi della politica, dove la centralità dei pensieri sia data ai beni comuni e contenuta la deriva amministrativa pubblica (la devolution pubblica). Bisogna pure individuare un nemico e una linea di confine strategica: la proprietà sufficiente come confine (con soglie di espropriazione, dove necessario), l’uomo domestico post-moderno – identitario e classista/razzista, suprematista e iperconsumista, di origine eurocentrica con tutti i suo derivati post-occidentali, ente privato travestito da pubblico – come nemico.

Ma perché questa trasformazione avvenga, perché questo parlarsi diventi prolifico, bisogna attraversare i territori e fare in modi che essi ci attraversino. Bisogna diventare geografi culturali. Abbeverarsi alle fonti della terra, per meglio indirizzare qualsiasi nostra tecnologia. Anche politica. Altrimenti, si ritorna al punto di prima.

LA FINE DELLE CLASSI

In realtà è proprio il superbo egoismo – la congenita natura dell’essere singolo di volersi individuo, indiviso [v. INDIVIDUO] – del volersi ricco, o aspirante tale, quindi capitalista (la sua congenita competizione con qualsiasi altro), che rompe appena può l’alleanza di classe (per formare le caste): proprio l’aspirazione di ogni singolo allo stile di vita della classe più agiata, fa sì che la nostra società non è più un sistema classista, ma una scala sociale dove si sale e si scende: il mantra americano “tutti ce la possono fare”, “qui c’è possibilità per ognuno”, “andrà tutto bene” – considerato sotto l’ottica della superfluità e della concorrenza per ottenerla – rompe ogni discorso sulle classi. Per i “razzisti” – ad ogni livello – quel mantra si basa su basi comunitarie primarie che non contemplano la fatica della soggettività, ma altri parametri aprioristici: pelle, luogo di nascita, fede religiosa di nascita o acquisita.

Difatti, nel mondo occidentale a capitalismo diffuso, è più corretto parlare di caste, di caste economiche interclassiste – come quelle che si sono riunite – vedi Lions Club – per difendere i pfas, dal bidello di scuola colluso, all’operatore di sicurezza in pensione, all’impiegato di successo, al caporeparto, fino al padrone.

Ricorda Harvey: il partito di Wall Street scatena incessantemente la guerra di classe”. Warren Buffett dice: «è la mia classe, quella dei ricchi, che la sta facendo e stiamo vincendo». È proprio qui il punto, il tranello: facendola passare per guerra tra classi e dando l’illusione che con la mobilità sociale interclassista tu possa passare da una parte all’altra, questa guerra è funzionale al sistema e durerà per sempre. Nostro obiettivo è uscire dal sistema, cambiarlo, farne uno di nuovo che non sia più un sistema, suicida, ma una sinfonia di voci e di persone (vedi etimo distonico tra sistema e sinfonia). La guerra non va fatta TRA classi, ma DI classe. Contro il sistema. Che ha permesso che una classe superiore omologhi tutte le altre.

Bisogna superare il concetto di classe capitalista, di andare SOLO contro di essa, quando è l’intero sistema – pure gli operai – che ha assimilato il suo stile di vita. ALLO STILE DI VITA CAPITALISTA AMBISCONO ANCHE GLI OPERAI. Alla domesticità diffusa. All’apparente “signorilità” di massa. Nel cambiare questo pensiero sta la vera rivoluzione.

LA LOTTA va fatta perciò CONTRO LE CASTE INTERCLASSISTE, le élites che si intersecano con il pubblico, le quali – detentrici del potere – alimentano con una strategia della confusione i loro sottoposti, la massa, il popolo indistinto nella sua forma passiva. L’unica cosa che non si può discutere è la “guerra di classe”, secondo Harvey: la guerra per loro va al di là di ogni seria considerazione. E allora proclamiamola questa guerra!! Tuttavia al sistema! Una vera e propria guerra di classe che non è una guerra tra classi. Quindi una guerra di classe contro la classe che ha fagocitato tutte le altre e alla quale tutti aspirano. Chiamiamola capitalista, chiamiamola neoliberista, chiamiamola suprematista umana, chiamiamola neocoloniale per quanto riguarda l’immaginario, chiamiamola neomercantilista per sottolineare il corporativismo su scala globale. Essa è quella che ha messo in crisi il sistema e lo sta portando al suicidio. Una guerra di classe contro la classe pervasiva che si nasconde in tutte le classi. Una classe che ha distrutto l’alterità, la fragilità, l’ambiente. E contro cui va fatta la “guerra ambientalistista di classe”.

Come detto, il nostro nemico, che bisogna avere il coraggio di chiamarlo nemico e di trattarlo come tale, piegandogli le gambe, mettendolo in ginocchio, è l’uomo domestico post-moderno, identitario e classista/razzista, suprematista e iperconsumista. Postmoderno, perché ha infranto certe conquiste della modernità declinandole ad uso e consumo esclusivo della proprietà individuale, dell’individuo, dimenticando il suo essere persona, individuo in relazione costante con la prossimità. Ha perso, in estrema sintesi, i concetti di CONFINE e di LIMITE. Distinti e pregnanti. Che la postmodernità non sa più riconoscere nella loro fondante differenza. Per l’uomo postmoderno alla deriva di se stesso il confine è uguale, identico, al limite. Questa è e sarà la sua morte.

Se l’individuo era stata una conquista della modernità, la dimenticanza di questa fondante relazione tra confine e limite è invece l’indubitabile perdita del periodo successivo.

ERRORE CAPITALE DI CLASSE

È questo l’errore capitale: la classe esiste solo nelle funzioni/mansioni/redditi, non nello stile di vita. Noi dobbiamo invece concentrarci nello stile di vita, diffuso ad ogni livello e in tutte le classi, o ruoli. Non dobbiamo concentrarci sulle classi e sui ruoli, soprattutto in un sistema che è divenuto marcio e ha degenerato le sue parti. Lo stile di vita inquina e pervade tutte le classi.

In altre e radicali parole: spesso la lotta di classe è una lotta per salire nella scala sociale, dove la lotta per i diritti è una lotta per avere diritto alle stesse condizioni delle classi migliori. Che spesso non sono i diritti primari, ma i diritti al consumo. Insomma, lo sappiamo, nel mondo occidentalizzato, nel capitalismo sociale, tutti mirano a gozzovigliare.

Tutti vogliono essere cittadini, ceto medio, domestici e addomesticati. Troppo.

IN DUE PAROLE: il conflitto sano tra le classi va mantenuto – evita le esagerazioni – va fatta invece la guerra contro il sistema che ha generato una classe che ha omologato l’immaginario di tutte le altre. Questo nuovo conflitto lo chiamiamo lotta di sistema o guerra di classe. Ed essendo questa classe suprematista, dimentica e nociva dell’ambiente, dell’alterità, questa guerra va chiamata “guerra ambientalista di classe”.

FINALE: il nostro compito più alto – lo diceva già Marx – è sbarazzarci delle classi – appena non servono più – per fare emergere l’irriducibile singolarità e unicità di ogni esistenza, nella sfera della libertà, non dell’illimitato potere, coagulato quest’ultimo in forma di capitale, potenziale. Tuttavia le classi si devono limitare alla funzione del potere, non alla funzione della libertà, al potere concreto di una certa situazione di raggiungere il minimo irriducibile di energia per essere ognuno sinceramente – senza altri surrogati o capitali potenziali – se stesso. La classe, il partito, l’appartenenza, di per sé comprime la singolarità, la persona, con il pericolo di distruggerla, se essa appartenenza diventa dominante. Persona che non è l’individuo-indiviso (che si crede potente ed eterno), ma l’unicità della nostra fragilità che ci permette di essere liberi, per quanto poco, nella nostra breve esistenza. Perciò lotta di classe, certo, quando riusciamo a individuare il nemico comune, ma poi liberi tutti per costruire nuove irriducibili relazioni di umanità e naturalità. Fuori dalle classi. Per trovare il fuoriclasse che in tutti noi abita. I raggruppamenti devono diventare funzionali, non sostanziali. Alla fine, l’anarché, l’oltranza che è dentro a ogni materia, non può e non deve essere trattenuta, per dare un po’ di luce e di dignità alla nostra singola esistenza. Altrimenti il rischio è che all’entropia sistemica – la natura di per sé – si risponda con l’artificio omologante, con una controentropia altrettanto sistemica: la neghentropia esistenziale, il nichilismo di massa, fatto di forma e superficie, statica, la forma più misera della condizione umana in quanto sterile società. La burocrazia della libertà. Dentro a una stanza. O a più stanze. Il palazzo – la domus – delle illusioni.

Lo spazio dove anarché e alterità, singolo e molteplicità, convivono, si compongono, confliggono, senza comprimersi e distruggersi, è lo spazio comune. Lo spazio della politica dei corpi attivi, non delle istituzioni morte. Lo spazio dove lo Stato e la Società sono solo ospiti di passaggio. Lo spazio della res-comunanza.

Attenzione alle parole “d’ordine”: CONTRO-COORDINAMENTO GLOBALE – io preferisco CONTRO-ALLEANZA – arcipelago – GLOBALE: i coordinamenti spesso alterano e stoppano le diversità. Ci si può coordinare per degli obiettivi, ma non per un bene generale dove necessitano molteplici approcci. Non è un caso che anche nel gergo militare si usi alleanza invece di coordinamento. Dobbiamo farlo anche noi. Un’alleanza globale delle forze antisuprematiste, anticapitaliste, antineoliberiste. Per combattere il sistema oligarchico corporativo globale che sta distruggendo i beni comuni, spesso nascondendoli dietro al concetto di “pubblici”: di grandi opere pubbliche, inderogabili ed emergenziali. Dobbiamo riappropriarci delle produzioni “globali” e convertirle in produzioni di prossimità, in riproduzioni comunitarie, rispettose dei territori e delle loro genti, consapevoli delle reciproche fragilità. Dobbiamo essere nature nelle natura, alberi nella foresta. Non distruttori delle foreste per alimentare le città, il nostro giardino personale. Ribaltiamo tutto. Abbandoniamo le città. Le grandi città.

Così, infine, operativamente, contro le grandi conglomerazioni umane, ABBANDONATE LE CITTÀ, soprattutto le grandi, e ritornate alle campagne e alle montagne. La soluzione sono – metaforicamente e fisicamente – le montagne, i luoghi di resistenza del mondo – per vivere e abitare; il fronte di guerra, le città: capovolgimento! Si lotta nelle città e si vive nelle montagne, nelle zone marginali, naturali, del mondo. Superando il concetto stesso hobbesiano di “cittadino”, di uomo che fonda la propria vita su di un contratto, che non è un patto. Il contratto, in ultima analisi, è la peggiore forma di patto umano, è un vero e proprio “patto con il diavolo”, non con se stessi, non con la parte migliore a cui l’umanità può e deve sempre aspirare, ma che non bisogna dare per scontata. Siamo materia fragile, entropica. Il contratto è siglare – mettere per iscritto – la parte peggiore di noi. Rinunciare alla cura comune È una seconda scelta. Dovuta alla complicazione più che alla complessità. Che può degenerare, perché oppressiva e pervasiva. Evitiamolo, se possibile. Eviteremo la parte peggiore di noi e non accelereremo la fine di ogni sistema entropico, come imposto dal “realismo capitalista”. Possiamo solo rallentare – vivere in armonia – la nostra fine. Facendola diventare una danza sublime, una civiltà fatta di relazioni di prossimità, un tessuto comune fatto di “territori in comune”, dove la lontananza è stimolo di vita viva e di conoscenza. Non di supremazia. Non ragione di vita. Non di economia di vite morte e prevaricate.

Non «il tessuto urbano [che] fagocita il tessuto umano».

QUALE SARÀ LA NUOVA SOGGETTIVITÀ RIVOLUZIONARIA?

Ma se le classi non esistono più, quale sarà la nuova soggettività rivoluzionaria che ci libererà dal sistema? Dal suprematismo umano. Dalle sue diverse, limitanti, espressioni? Dal capitalismo? Dal neoliberismo? Dal corporativismo interclassista che genera oligarchie plutocratiche, immateriali, di potere? Che genera masse, diverse, ricche e povere, materiali, di gente, addomesticata?

Come detto, la “democrazia dei corpi attivi”. Un’armata di corpi che ha deciso di boicottare il sistema – di uscire da tutte le classi – e di intraprendere la lotta contro di esso, contro la parte passiva degli stessi corpi schiavi del sistema, contro la parte di sé divenuta dominio della classe che ha pervaso tutte le classi. Questi corpi rivoluzionari sono coloro tra noi che hanno abbandonato la passività del voto e la manipolazione lavorista di massa, le quali insieme – passività e manipolazione, interclassiste, tenute insieme da un sottile rete di tributi economici e aspettative pubbliche, passive – ci hanno addomesticato, tutti, portandoci al consumo incessante di noi stessi. Il respiro della libertà è fuori dalla porta di casa. Fuori dalla città, postmoderna. Ex-domus. Ex-pubblico. Bisogna abbandonare lo status di semplice cittadino e prendere con sé la veste – rivoluzionaria? – del corpo attivo. Che esce dalla sicurezza della propria casa, dalla città come fatto pubblico e artificioso, monetizzabile, per andare incontro all’avventura continua e irriducibile dell’alterità, della comunità attiva, della comunanza. La città, la casa, la classe, il partito, il lavoro, sono solo un passaggio della nostra vita. Una dimora, un posto sicuro da cui partire. Nulla di più. Non devono essere la nostra morte. Iperdomestica, supertecnologica, totalizzante. Bisogna uscire dalla propria singola condizione, dimora, per andare ad “abitare” la “casa comune” – attraversare la natura, l’alterità, senza modificarla a proprio uso, per farsi attraversare – dove si respirano gli autentici attimi di libertà che superano il nostro singolare e collettivo, artificiale, egoismo. La “casa comune” non è l’oikos, chiusa nel suo giardino. Neppure una mitologica polis contemporanea, urbanizzata, con parchi pubblici. Monitorati un tempo dalle Chiese, ora dallo Stato. Dagli impulsi ipostatici delle nostre menti. Ma un campo fiorito, aperto al mondo. Una piazza senza cemento. Bisogna vivere con la foresta, ci ricorda spesso uno dei più grandi filosofi contemporanei antisistema. Di più, bisogna fare entrare la foresta nella polis per evitare che essa diventi troppo grande. Non si tratta di un ritorno alla natura, o di un facile naturalismo, o peggio, di un green new deal. Si tratta di essere natura in lotta con se stessa, con la parte peggiore di sé che inevitabilmente siamo in quanto organismi biologici e che la nostra mente postmoderna ha amplificato ad un livello insostenibile. Non facciamoci illusioni.

Una piccola nota operativa prima di chiudere. Non è questo il luogo della strategia politica. Ma la necessità della pratica esige almeno una suggestione. Un esempio. Non si tratta solo di boicottare il sistema, a partire dalla riduzione critica dei consumi e dalla riconfigurazione delle pratiche comuni sottomesse dal pubblico, si tratta anche di comininciare ad uscire dai nostri incontri, assemblee, riunioni, parlamenti, per TTT togliere-togliere-togliere – usando una nuova formula a noi cara, in aiuto a quelle usurata, perché consumistica, di “redistribuire la ricchezza” – togliere a chi ha troppo e ha rubato al mondo intero. La pratica dell’espropriazione delle grandi proprietà, dei grandi capitali, deve essere messa in opera fin da principio, con un primo passo “semantico”, da usare nella comunicazione, a tutti i livelli. Per poi passare ai fatti. La parola rigorosa resta la nostra forza primaria e primigenia. Un esempio: i signori delle nostre valli, come la Famiglia Marzotto, che hanno estratto i loro denari non solo dal lavoro vivo delle maestranze e dai liquami finanziari delle nazioni, ma dai territori, dall’acqua, dall’aria, dalla terra, che hanno inquinato come primo loro fondamento materiale per accumulare capitali materiali – mezzi di produzione, oro, ville, lussi – sottraendo beni primari alle comunità dove hanno piantato le loro fabbriche (v. caso Marlane in Calabria, tutti assolti, GdV 21 aprile 2020), estraendo vita vera dall’improprietà comune e consegnando a noi scarti, la nostra morte, pure questo comune e indiferrenziata, DEVONO ESSERE ESPROPRIATI. Bisogna cominciare mettendoli all’indice: indicandoli come nostri nemici in ogni luogo dove li si incontra, anche se si vestono per benino da gran signori e fanno finta di fare del bene grazie alle loro agenzie di filantropia che aprono le porte degli spettacolini mainstream all’ipocrisia, nel mentre, sempre costoro, lor signori, portano nelle città gli interessi di chi con l’economia veicola la morte, come la Fiera delle Armi di Vicenza o la nuova base militare Dal Molin, ora Del Din. Devono essere considerati per quello che sono a conti fatti sulla pelle delle nostre terre: reietti, non signori, dell’umanità. Ai quali dovrà essere applicato, senza riserve e radicalmente, un, il, nuovo PRINCIPIO – da formulare – DI PROPRIETÀ SUFFICIENTE. Sopra a una soglia di decenza civile si viene espropriati. Il surplus non ti appartiene. Appartiene alla terra. Alle connessioni acqua-aria-terra che tu – capitalista – non conosci o riconosci. Da qui si comincia. Questa è la giustizia organica. Climatica. Da qui si comincia. Per poi passare al lavoro vivo.

In questa uscita senza protezioni a priori, nelle assemblee, nei parlamenti di base, nelle piazze, tra le foreste e le montagne, si incontrano sempre nuovi compagni che aiutano a diradare il pericolo dell’artificio corporativo e della relativa domesticazione. Con i quali compagnicum-panis, condivisori del pane – si impara a curare, a lottare quando necessario, ma soprattutto ad attraversare e ad essere attraversati dalle genti, dai territori. Dall’ambiente. Diventare corpi attivi densi di geografie, di “scritture orali” delle terra. Segni di passaggio di dove si nasce e si vive. Uscire da sé. Per poi rientrare, insieme, consapevoli. Liberi, sul confine. Tra l’io e il noi. E l’altro. Tutto ciò che si dice natura. E che condiviso insieme diventa comune. L’unica realtà di cui siamo fatti.

Realtà cruda, entropica. Fonte di dolore e di gioia. Non di dominio.

Tutto il resto – il pubblico, la terza parte, lo spettacolo di cui esse, terze parti, sono serve – è finzione, illusione, artificio. Capitale troppo umano. Una facezia di libertà.

Solo esposti all’alterità – a ciò che non è solo umano, troppo umano – si vive una libertà concreta.

Ci aspetta una lunga marcia destituente il suprematismo umano, ciò che un tempo fu ridotto a capitalismo. Una lotta di sistema, non solo di classe. Per poi costituire sulle sue ceneri la res-comunanza. Questa è la guerra di classe, la guerra ambientalista di classe, la lotta di sistema che ci aspetta. Non rinunciamo alla nostra forza.

alberto_peruffo_CC
Alberto Peruffo | Montecchio Maggiore | VI
PRIMA PUBBLICAZIONE 24 APRILE 2020 – giorno del Processo No Pfas

modifiche //
20 maggio 2020
25 luglio 2020

+++

BIGLIOGRAFIA in italiano

TESTI FONDAMENTALI
David Harvey, Città ribelli, 2013.
Murray Bookchin, Ecologia della libertà, 2017.


TESTI COLLATERALI
Martino Rizzotti, Il concetto di artificiale, 1984.
Giorgio Nebbia, Le merci e i valori. Per una Critica Ecologica al Capitalismo, 2002.
Colin Ward, Acqua e comunità, 2011.
André Gorz, Ecologia e libertà, 2015.
Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene?, 2017.
Giorgio Agamben, Homo sacer, 2018.
Hardt M., Negri A., Assemblea, 2018.
Luca Ricolfi, Società signorile di massa, 2019.
Carlo Galli, Marx eretico, 2019.
Razmig Keucheyan, La natura è un campo di battaglia, 2019.
Mark Fisher, Realismo capitalista, 2019.
Soshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2019.
Fraser N., Honneth A., Redistribuzione o riconoscimento? Lotte di genere e diseguaglianze economiche, 2020

TESTI STORICO/GEOGRAFICI
Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto, 2010.
Rebecca Solnit, Storia del camminare, 2012.
Francesco Vallerani, L’arte della fuga e labirinti d’acque: il Veneto dei piccoli fiumi, introduzione a Veneto d’acque, a cura di Francesco Vallerani, VENETICA, 2013.
Marco Armiero, Ribelli naturalmente, introduzione a Giorgio Nebbia, La contestazione ecologica. Storie, cronache, narrazioni, 2015.
Mauro Agnoletti, Storia del bosco. Il paesaggio forestale italiano, 2018
Donato Tagliapietra, Gli autonomi. L’autonomia operaia vicentina, 2019.
Dario Zampieri, Una valle nell’Antropocene. L’uomo come agente geologico nella Val d’Astico, 2019.

+

Cartuccia grafica del 24 aprile del 2020 > leggi intro NCPP / Lotta di sistema su casacibernetica.cloud

cartuccia lotta sistema alberto peruffo NCPP

Presentazione di NCPP in occasione di CLASSE E NON PIÙ LOTTA DI CLASSE >> https://casacibernetica.cloud/2020/04/24/ncpp-ogni-protesta-cambia-il-mondo-lotta-di-sistema-non-piu-di-classe/

 

2 thoughts on “CLASSE E NON PIÙ LOTTA DI CLASSE

  1. Pingback: CONFLITTO E CIVILTÀ | NCPP

  2. Pingback: A TUTTI I COSTI | Rai Radio 3 TRE SOLDI | L’AUDIO DOC di Chiara D’Ambros | UN ESERCITO DI FAGOTTI + redistribuzione – Casa di Cultura C

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...