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Vitaliano Trevisan, opera di Marco Saugo presso la Libreria La Casa di Giovanni, Montecchio Maggiore

«Lavoro? Esser presenti a se stessi», disse una volta Vitaliano Trevisan. Cartuccia teorica, piuttosto “solida”, dedicata allo scrittore vicentino, morto suicida il 7 gennaio 2022. L’avevo “soccorso” – come amico – al Reparto Psichiatrico di Montecchio Maggiore – paese dove vivo – ad ottobre, per i giorni che ho potuto, fino alla “liberazione”. «Libero da ieri» – il suo ultimo messaggio, la mattina di giovedì 14 ottobre, al mio telefono. Poi il Covid, la quarantena, le nostre circostanze della vita. Fino alla morte. Dove le stanze non più ti circondano e il dolore diventa presenza permanente, impercettibile, non comunicabile, soprattutto per chi resta. Resta a noi, amici e compagni di sventura esistenziale, filosofica, quel suo razionalissimo «esser presente a stessi», ossia il “lavoro perpetuo” che aveva tormentato Vitaliano per tutta la vita, tanto da intitolare l’opera sua più organica Works-Lavori [qui una mia recensione al tempo in cui lo lessi]. Tuttavia, non si è liberi dal carcere – fisico, reale, sia esso l’ospedale o la casa/rifugio – se non ci si libera dal sé. Restano le mura del nostro, io, congenite. Si pensa di essere liberi, ma si è sempre troppo presenti a se stessi. Come diceva Vitaliano, si continua “a lavorare” su di sé, troppo. Anche con la scrittura.

Manca l’assenza dal se stessi, dal proprio ego indiviso, l’assenza da ciò che ti permette di «attraversare montagne selvagge» – secondo il vecchio adagio di Milarepa – ossia dall’avere il tempo e lo spazio per l’alterità irriducibile, per ciò che non puoi ridurre al sé, al te stesso. Manca il tempo – e lo spazio – “libero” dall’ossessione del sé. Da ciò che ti permette di vivere, ma non è la vita. Questa mancanza per «l’azione fuori di sé» e la «contemplazione dell’altro da sé», conduce a spazi interiori senza fondo. All’abisso cercato. Tutto diventa lavoro. Ora et labora. Fino alla morte. Per mano tua.

Non è un caso che lo stesso errore si trovi tra i preliminari del Cristianesimo, la cultura di fondo che ha fondato e messo in ginocchio l’Occidente Lavorista, la Periferia Diffusa, il Caporalato Globale. Esso – il Cristianesimo – fa emergere dai suoi massimi principi la considerazione del «prossimo tuo come te stesso», non come “sé” stesso. Come Altro da sé. Ma come il “proprio” Sé. Dio stesso è l’Incarnazione del Sé, l’immagine eterna dell’individuo, che si fa indiviso. Ama il prossimo tuo come “te stesso” – proclama il Vangelo. L’errore capitale – capitalizzante – del nostro mondo. Invece è proprio quel se stesso, quell’attraversare l’altro irriducibile – sempre secondo Milarepa, poeta mistico non-lavoratore, soggetto utopico di un altro mondo, che aveva lavorato il giusto e inteso il segreto del lavoro – è proprio quell’«attraversare montagne» la probabile «via alla liberazione» che tutti cercano. Senza tuttavia rinunciare al sé.

In estrema sintesi, «l’attraversare l’alterità irriducibile» – sempre con il rischio della morte, tuttavia non per mano tua – «è la faticosa e pericolosa via alla liberazione». Questo ci consegna Milarepa. Certo, dopo aver lavorato, messo da parte un po’ di energia. Per bruciarla senza interesse, neppure del sé. Altrimenti, con quell’interesse sempre presente e pressante, ci si crede essere unici e indivisi. Immortali. Liberi perfino nel morire. O di morire. Con la penna in mano. Vittime, ancora più oscure, di un lavoro. Del Lavoro, difficile da riconoscere come tale.

Dunque, incredibilmente e grazie a Vitaliano, partiamo da qua: «attraversare montagne selvagge è la via alla liberazione». Si era ritirato in montagna, Vitaliano, ma non aveva avuto ancora sufficiente tempo per attraversarle. Poco. La partita con l’io era rimasta aperta, la selva distante. E il confine su cui stavamo “lavorando”, il passaggio di Stifter oltre l’io, all’alterità nascosta nella fratellanza posta di fronte al limite, tra società e natura, tra lavoro e libertà, sul Cristallo di Rocca, la “selvitudine” autentica, annunciata da Milarepa, “oscura” per i Danti Aligihieri nazionali, rimane ora solo come il ricordo di un’amicizia e di una vita troncata. Sul «filo del rasoio». Non a caso titolo del capolavoro del romanzo lavorista-anti-capitalista, tardocolonialista, di Maugham. Una buona riflessione iniziatica-iniziale per affrontare questo difficilissimo concetto. Il lavoro.

Non confondiamo il lavoro con la libertà. La premessa con il fine. Il lavoro non rende liberi.

Dachau docet.

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Il lavoro è spostare energia-materia per portarla dentro di te. Dentro al tuo mondo. Lasciando gli scarti – dello stesso lavoro – fuori.

Il non-lavoro è liberare energia. Se noi collaborassimo di più senza farci la guerra – anche nella forma più semplice e civile, la competizione – lavoreremo tutti molto meno e vivremo molto più felici e in armonia. Il problema di tutto ciò che è in potenza, come l’energia potenziale e il lavoro che serve per produrla, è che la potenza stessa può restare depositata e accumularsi fino al collasso o all’infarto, all’implosione o all’esplosione del sistema stesso, alimentando – prima che succeda – una continua distorsione della visione, dovuta all’imperfezione di ogni organismo vivente, in particolare quello umano, dotato di mente e immaginazione. Che cos’è la mente se non “il” dispositivo straordinario – per eccellenza – per raccogliere operazioni in potenza?

Il concetto di lavoro – la religione del nostro tempo – va riformulato. Come il concetto di religione, il non-lavoro di altri tempi: la pura contemplazione. Di sé e dell’altro da sé. Tra questi due mondi-concetti spesso distorti si articolano i maggiori conflitti della nostra epoca, post-industriale, pronta ad uscire dal capitalismo/suprematismo umano che ha segnato l’esacerbazione, il deterioramento, l’abuso politico dei concetti di lavoro e religione. Per portarci ai disastri dell’Antropocene.

Quando la mente diventa altro rispetto al corpo, sia come distacco, sia come mera funzione del corpo che accumula, il rischio di lavorare niente o di lavorare troppo diventa reale. Trovare equilibrio nel lavoro – nella gestione del tempo che dedichiamo per procurarci energia – è trovare la soluzione della vita.

La religione alla fine è sospendere il lavoro sul limite della vita. Affacciarsi su di sé e sul mondo e decidere se vivere o non vivere: contemplare il limite con le residue forze potenziali che hai dentro di te, senza pensare di doverne avere di nuove. Vivere l’attimo senza pensare al lavoro, ma al battito del tempo – il tuo cuore – che batterà subito dopo, conscio della capacità di pensarsi. È la potenza sospesa sul limite. Solo chi è autenticamente religioso può comprendere l’importanza del tempo e del lavoro che serve per generarlo. Può capirlo a tal punto da rifiutare il lavoro, la vita. O, se proprio non opporsi con il rifiuto, l’estrema nostra libertà, porsi in atteggiamento critico verso il lavoro e limitarlo al necessario per vivere bene e produrre autentica libertà concreta. Nasce in questo modo l’autore della libertà.

Il problema politico del lavoro nasce dalla capacità di pensare e di immaginare dell’umano, quando essa resta richiusa in se stessa per generare ancora lavoro e non si dedica a uscire dalla porta di casa per respirare nuove visioni, che significa senza alcun interesse legato al lavoro e alle energie che esso accumula. Si lavora per vivere, per soddisfare i bisogni primari, i desideri secondari, infine, le ambizioni, da ultime. Ma se ambizioni, desideri, bisogni diventano dominanti della vita, alla fine si finisce di vivere per lavorare.

Nasce la dittatura del lavoro, basta che sia buono per tutti, superando – nella nostra epoca, tardocacapitalista, giunta alla fine [v. CLASSE E NON PIÙ LOTTA DI CLASSE, dove si sviluppa sul fronte della lotta il concetto di lavoro] – i non più validi conflitti di classe: lavoriamo troppo perché vogliamo troppo, comodità, piacere, lusso. Per tutte le classi. A prescindere da esse. È ora di finirla? Sì.

Lavoriamo troppo perché vogliamo troppo, comodità, piacere, lusso, scambiando queste versione addomesticate del bisogno, del desiderio, dell’ambizione per espressioni di libertà quando invece sono surrogati della necessità. Il lavoro non rende liberi, ma apre solo la porta alla libertà, la quale inizia proprio sulla soglia dove il lavoro non pensa più a generare il suo scopo, o peggio, se stesso, ma pensa a quello che il lavoro non concederà mai: uscire. Mettere il piede fuori. Di casa. Ex-pedire [v. Che senso ha | EX-PEDIRE | Oggi – su CCC, prima di partire per una “spedizione himalayana”].

Non è un caso che la scritta “ARBEIT MACHT FREI” sia stata messa all’entrata del campo di concentramento di Dachau, poi Auschtwitz, e non all’uscita. Il nazismo aveva capito l’immaginario liberatorio  – “nobile” – del lavoro, e per questo l’aveva capovolto, per fare entrare all’inferno, attraverso la porta principale dell’idiosincrasia umana, anche chi sapeva che superata quella soglia, del male supremo, l’annientamento discriminatorio, non poteva tornare più indietro. Quella formula era troppo forte ed equivoca. Si sa che il lavoro è necessario. Non si sa cosa ci sarà dopo il lavoro. In questo modo capovolse pure la formula di Hannah Arendt, perché qui il male mostrò tutta la sua diabolica intelligenza. Tutt’altro che banale.

Attorno al lavoro si sviluppa la più grande intelligenza dell’uomo. Esso raccoglie il meglio che la mente dell’uomo sa produrre, perché esso, il lavoro, è una risposta primaria alla vita. Meglio, alla non-vita. All’entropia dei sistemi. Il sistema-uomo – in massimo grado capace di potenza e di generare potenza – alimenta più di ogni altro sistema questa sua capacità di potenza attraverso il lavoro, rischiando di sovraccaricare la sua stessa capacità di usare la potenza accumulata. Nell’intelligenza dell’uomo risiede non solo la forza, ma pure il difetto di questa sua forza. Come per altri strumenti, macchine, costruzioni, il pericolo che un abuso o un uso sbagliato dello strumento stesso possa portare più danno che beneficio, è sempre latente. Nessuno strumento si libera dall’uso e dall’abuso. La libertà sospende l’uso di ogni strumento dal fine per il quale è stato creato e riconfigura la funzione dello strumento come fine a se stesso (il “piacere della funzione” dell’etologia di Lorenz) o come fine che esce da sé per esplorare nuovi campi di possibilità. In altre parole: esce dal lavoro e dal suo scopo. Producendo arte e sovversione. Libertà.

Si capisce che il lavoro – questa capacità di spostare energia-materia dentro di noi – non deve mai essere al primo posto nel progetto di libertà dell’essere umano. Si deve lavorare, ma non per forza e per sempre. Il conflitto lavoro/non-lavoro, che prende le forme più varie cambiando il secondo termine della relazione, che può diventare il compagno di lavoro, l’ambiente di lavoro, il concorrente di lavoro, l’ambiente in quanto mondo che si deteriora a causa del troppo lavoro e del troppo consumo, è un conflitto primario e sulla cui continua soluzione e riassestamento strategico nell’arco di una vita dobbiamo dedicare la nostra migliore intelligenza, senza accettare con leggerezza le soluzioni confezionate dalla storia (come il lavoro indeterminato, protetto, assistito, per giungere alla morte sociale del lavoro – mediante lo Stato – la pensione, la quale ci fa diventare “consumatori” addomesticati – od ottenebrati – del tempo libero).

La direttiva più salubre e generatrice di soluzioni inattese è questa: il lavoro non va mai messo al primo posto della relazione citata. Sempre al secondo. È una regola non solo per l’umano, ma per il vivente, nel corso della sua evoluzione verso stadi più maturi e libertari. Sembra che la natura vivente nasconda nel proprio intimo questa regola e che l’umano – massima sua espressione di potenza – possa in qualche modo confondere – come accade per qualsiasi strumento – il senso degli strumenti che ha a sua disposizione, in primis l’intelligenza, questa straordinaria facoltà che non è un senso, ma un organizzatore dei sensi. Forse in questo essere sovrastruttura dei sensi – nel riconoscerlo e nel capirne la logica – sta il segreto della nostra felicità. Nel liberarci dal lavoro, non in quanto lavoro, ma come sovraccarico a quello che di per sé è necessario fare, spostare. Dentro di noi.

Sulla questione ambiente-lavoro, dove il lavoro viene messo al secondo posto in modo strategico, rimando alle nostre lotte nei territori dove vivo, allo scritto esemplare sulla “catasta di legno” di Mario Rigoni Stern, reinterpretata in una mia apertura di un congresso di grandi lavoratori, ad Asiago [v. AMBIENTE E LAVORO. COMPAGNI DI VITA].

Ne deriva che bisogna cambiare il primo articolo della Costituzione Italiana. Che dovrebbe suonare così: «l’Italia è una res-comune fondata sul rispetto della persona, di ogni genere e razza. Le cose pubbliche e il lavoro sono funzionali alla res-comune e alle persone». Ossia “lavoro” e cose “pubbliche” (surrogati del lavoro conto terzi affidati ai burocrati in sistemi complessi) vanno messi sempre dal secondo posto in poi. Al primo posto vanno messe la persona e la res-comune, la quale ultima, sappiamo, non è solo il bene comune, ma pure il male comune, che bisogna combattere e risolvere “comunitariamente”, collettivamente.

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IL LAVORO COGNITIVO. LAVORO E PASSIONE

Il lavoro cognitivo, immateriale. Esso è un lavoro di frontiera, al confine, che transita tra lavoro e non-lavoro. Per questa sua natura borderline è difficile da quantificare, da valutare, da prevedere. Da riconoscere. Esso spesso è ricerca di nuovi spazi di possibilità, per generare maggiori spazi di libertà, non solo di potere che si autogenera, autoalimenta. Il pericolo della forza cognitiva è quella di diventare e credersi superiore, generando gerarchie di conoscenza e di consapevolezza che possono portare al dominio dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla natura, dell’uomo su se stesso come singolo, credendosi indiviso-individuo [v. INDIVIDUO]. Il lavoro intellettuale – il non plus ultra del lavoro cognitivo – è tra i più pericolosi, temuti e valutati: esso consegna autorità e forza potenziale a chi non ce l’ha: per questo è ricercato e contrastato. Esso entra in tutte le sfere dell’operare perché ne studia e ne rivela la sua logica e le future visioni. Da come una civiltà gestisce il lavoro cognitivo, dal suo intimo rapporto con il lavoro intellettuale – libero e consapevole del limite per vivere una vita degna, manipolato e senza riserve per gli scopi del Potere – si intuisce il grado democratico, comunitario, di una civiltà.

Altro punto dirimente. Il conflitto tra lavoro e passione. Il lavoro non deve mai prevaricare la passione, il bisogno non deve mai prevaricare il desiderio. Ci possono essere dei punti di contatto e di alimentazione reciproca, ma è necessario capire il limite della prevaricazione. Questo limite accade quando l’eccedenza di energia investita nel desiderio non serve più per soddisfare la libera espressione di quella pulsione, ma viene reinvestita per alimentare lo stesso desiderio da cui è stata generata: ecco l’accumulo patologico di energia e di consumo. Ecco il desiderio che diventa bisogno patologico, artificioso e non necessario. Si può lavorare con passione senza soccombere al lavoro, si può far della passione un lavoro senza dover rinunciare alla passione.

Semplificando, nel lavoro lo spostamento di energia-materia avviene dentro di noi, per soddisfare un bisogno di alimentazione, nel tempo libero (la passione) lo spostamento avviene fuori di noi, per realizzare un desiderio di libertà. Si potrebbe tutto ridurre a una questione di entrate e di uscite, se non fosse tutto più complesso: chi pensa al lavoro, pensa alle entrate, chi pensa alla passione, pensa alle uscite. Semplificando ancora, il vivente, l’organismo biologico, trova la sua funzione primigenia – il piacere della funzione, etologica – nel vedere che tutto funziona per poter mettere un piede fuori di sé, fuori dalla pesantezza, dalla gravità, dall’entropia inalienabile, che lo caratterizza. Ossia, appena è a posto con il “lavoro”, con il pieno di energia sufficiente per avere un po’ di autonomia, esce ad esplorare il mondo, l’altro da sé.

Capire questo confine e questa primigenia natura del lavoro, ci aiuta a non ipostatizzarlo, a non renderlo un’unità a se stante, una “divinità” a cui sottomettersi, una creazione perfetta della nostra razionalità organizzatrice su reali bisogni dei sensi, con il rischio che il lavoro stesso non sia più una risposta creativa e limitata dell’umano ai bisogni del vivente, che possono tramutarsi magicamente in desideri, ma che esso stesso, il lavoro, diventi una forma repressiva della nostra razionalità per sbarcare il lunario, per arrivare alla fine del mese, per soddisfare – in modo coercitivo, spesso gerarchico nelle società capitaliste – i reali bisogni del vivere quotidiano, sottoposto a inalienabili consumi e relative controalimentazioni.

Se tutta la vita diventa lavoro, per costruire la propria proprietà – la tua identità, il tuo io liberato dai bisogni della natura, vedi Locke – il passo per diventare schiavo di se stesso, del proprio ego, è breve: tutto deve entrare dentro di me, dentro la mia proprietà. Siamo ad un passo dal collasso egocentrico, dalla nascita del liberalismo e del capitalismo moderno, dalla bulimia del moderno. Dal “liberarsi” dell’io dalla natura per diventare il monarca assoluto. Non solo, siamo ad un passo per liberarci dalla geografia e uccidere ogni territorio dentro al proprio personale giardino. Il lavoro perde la sua capacità di relazione sociale ed ecologica e diventa essenzialmente economia pura, oggettivazione pura di tutto ciò che è natura come oggetto-risorsa. Con Locke nasce il “liberismo”: l’essere libero dalla natura, dalla geografia, dai limiti, dal rispetto dell’altro in funzione dell’io – grazie al lavoro. Come sottolinea Bookchin: il lavoro diventa «disciplina necessaria per sottoporre la natura esterna al controllo sociale e la natura umana al controllo industriale». Si va al lavoro come si va in prigione, sottolineava il grande pensatore comunalista, che criticava giustamente la visione astratta e astorica, redentrice, del lavoro in Marx: un lavoro senza immaginazione, neppure sui valori d’uso oramai sempre più remoti per chi entrava in fabbrica e lavorava una vita piegato su un particolare infinitesimo della produzione. In questo modo, con la natura non si fa nessun “matrimonio”, ma un contratto coercitivo, affinché essa diventi “patrimonio” dell’io: proprietà dal forte sapore gerarchico, patriarcale, inviolabile e quindi difendibile con la violenza.

Il concentrarsi patologico di Marx sui mezzi di produzione, come fossero il cuore di tutto il problema del materialismo della storia, il motore astorico della storia stessa, ha consegnato ai secoli successivi una concezione iperutilitaristica del lavoro, che diventerà la nuova divinità, nel bene e nel male, delle masse, fino ai giorni nostri. Io credo che, uno, l’analisi marxiana iperutilitaristica del lavoro, due, come la dottrina cattolica del perdono incondizionato per una vita eterna, siano parimenti responsabili del declino della civiltà occidentale. Due dei fattori di maggiore incidenza nell’immaginario dei luoghi da dove elaboro questi testi: perdono e lavoro. Ovviamente perdono e lavoro hanno degli “usi” positivi, se usati con parsimonia e “personalità”.

E se la natura, le risorse, non fossero più scarse e la tecnologia umana, rispettosa, fosse in grado di estrarle con intelligenza ecologica e distribuirle? Non ci sarebbe più necessità di lavorare così tanto, ma solo il tempo necessario per sviluppare l’intelligenza ecologica ed applicarla ai territori.

Se la natura fosse solo una «levatrice e gli strumenti mezzi necessari a far nascere il frutto della natura, i valori d’uso», come suggerito da Bookchin? Il lavoro non sarebbe solo misurato nel tempo, ma acquisterebbe un valore intrinseco che lo porterebbe ad essere un fatto “naturale”, creativo, formativo e per niente coercitivo. La libertà non consiste solo nella riduzione dell’orario di lavoro. Ma nell’uso delle facoltà creative che si sono sviluppate anche attraverso il lavoro. Non più per generare materia-energia, ma per liberarla, attraverso il ri-uso dell’esercizio che abbiamo coltivato con il lavoro. In altre parole, se le nostre capacità fossero astratte completamente dal lavoro, rischieremo di rinchiuderci in una torre astratta dalla vita stessa, dagli usi e dai costumi in cui ci è capitato vivere e dai quali non possiamo prescindere in quanto essere “sociali”, o meglio comunitari. In quanto soggetti a concreti bisogni umani. Sul concetto di “esercizio” applicato al lavoro, tornerò più sotto.

D’altra parte invece il lavoro è stato interpretato come tempo necessario alla produzione di un oggetto, e quindi astratto dalla sua naturale prossimità al soggetto, diventando merce, mero oggetto separato addirittura dall’uso e pronto in modo quantificabile allo scambio: nasce il prodotto. Con Marx il lavoro diventa la pratica mediante cui ci appropriamo dei prodotti della natura in una forma adatta alla necessità umane (scissione tra società e natura). Lo stesso concetto di proprietà assume nuova luce in ottica “lavorista”. Si lavora per costruire, accumulare, una proprietà. Il lavoro quindi non libera più, diciamo noi, ma lega alle proprie proprietà ancora di più: nasce il carico della manutenzione e della difesa dei beni accumulati. Non si esce quasi più da casa e dal proprio giardino: usciti dalla fabbrica, il resto del tempo è dedicato alla cura della propria proprietà. Alla manutenzione di se stessi. Dimenticandoci la libertà.

Noi dobbiamo non-produrre, ma riprodurre: in quel ri c’è nascosto tutta la concretezza, il rispetto, il valore dell’altro da noi, sia essa terra, sia essa persona. Oggi è tutto prodotto, staccato dalla terra, confezionato dentro alla propria confezione. 

Il lavoro “organico” di Bookchin invece trasforma l’energia, rispettando i cicli naturali, essendo esso stesso un prodotto della natura: «Il lavoro è dunque tanto rivelazione quanto realizzazione, sincronismo tra soggetto e oggetto». Questo accadeva nelle culture preletterate e in parte nella nostra civiltà contadina. In epoca industriale abbiamo perso ogni collegamento con il processo e le sequenze di un prodotto, troppo complesso. Lavoro e lavoratori vengono oggettivati, degradando le qualità intrinseche – lo spirito – del lavoro. Nasce la trinità operativa del lavoro di fabbrica per ridurre le masse a strumento di estrazione: intensificare il processo lavorativo, astrarlo, oggettificarlo. Nasce la prima grande mobilitazione – razionalizzazione del lavoro, la factory – tutti sotto un unico tetto – che poi diventa fabbrica – con le macchine – e infine industria, dove macchina operatrice e uomo operatore sono un tutt’uno. L’operatore stesso viene sorvegliato e privato della propria personalità: ciò che resta di lui è il prodotto e il tempo per produrlo. Nasce la classe operaia. La forza-lavoro. Una classe di umani il cui unico fine è il produrre, il lavoro. L’intermediario tra il padrone e l’operaio è il burocrate (il crumiro nel piccolo, interno; lo Stato nel grande, esterno), colui che controlla e che volendo, se assume potere, manipola entrambi.

Non solo. Spesso, in epoca post-industriale, siamo costretti a mobilitare grandi forze lavoro per costruire grandi opere inutili con l’unico scopo di tenere in piedi l’inerzia “produttivista” che a sua volta tiene in vita le stesse forze lavoro e le tutele sociali costruitisi con questa inerzia. Bisogna tenere in moto la gente con il lavoro per far sì che stia buona e abbia il pane per sopravvivere, con il rischio che si consumino senza freno e intelligenza le risorse primarie perché in queste inerzie si introducono meccanismi di dispersione – corruzione o altro – incontrollabili.

Sulle origini del peso immaginifico del lavoro – come soluzione e redenzione – non bisogna trascurare la radice cristiana, con l’enfasi sul ruolo redentore del lavoro, con gli ordini monastici fondati sulla mistica del lavoro, vere e proprie istituzioni lavorative-lavoriste: ora et labora. Dove il lavoro rafforzava il carattere dell’individuo, la stessa identità personale. La sua identità-indivisa. Immortale. Chi lavora trova posto in paradiso. Tesoro per i dominatori, per i contemplatori. Modus operandi per reprimere gli impulsi sessuali o edonisti del corpo, che porterà all’etica borghese del lavoro. Allo stesso modo la strategia di dissociare l’operare dalle opere ci porta verso scenari dove il fare sempre e comunque – a prescindere dal valore d’uso – diventa il fondamento del fittizio valore delle merci, come semplici oggetti che contengono in sé un desiderio in forma potenziale che mai sarà espresso, ma che intanto viene comprato (soddisfazione fittizia del desiderio, con l’enorme mercato che si genera dietro a questo tranello). Si rischia di finire in superlavoro per soddisfare desideri che creano mercati occulti per i grandi poteri “capitalizzatori”. Come ben sottolineato da Bookchin, in questa teologia del lavoro, il verbo viene prima del fatto, l’uomo prima della natura, l’umano prima di tutto. Il verbo domina il fare e gli fa fare tutto quello che vuole per soddisfare la propria verbigerazione. Fare sempre e comunque, perdendo la capacità di prevedere le conseguenze di quell’incessante fare. «La nostra capacità di fare ha superato la nostra capacità di prevedere. Abbiamo “scatenato” Prometeo» – disse una volta Umberto Galimberti.

In un lavoro che diventa fine a se stesso – opera – dissociato dall’uso e dall’utile, ci si trova davanti ad un bivio: o generare se stesso, ancora lavoro, in un circolo vizioso, per alimentare nuovi mercati dell’energia, una specie di bulimia di materia ed energia che genera ancora oggetti di scambio; o generare movimento che porti fuori di sé per esplorare il mondo e l’alterità (arte, sport e tempo libero, movimenti o altro che non diventano merce). Nascono i “conquistatori dell’inutile”, come fu definito lo sport ai suoi massimi livelli di ricerca da un noto esploratore di montagne, il francese Lionel Terray.

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LE DECLINAZIONI ASTRATTE DEL LAVORO. IL LAVORO INDUSTRIALE COME MORTE DEL LAVORO COGNITIVO E DI RELAZIONE. OLTRE IL LAVORO PRODUTTIVISTA

Nel capitalismo moderno casa e lavoro diventano spazi separati, antagonisti, proiettati verso la produzione di mercato, che separa ambiti una volta compositi e in comunicazione – in relazione – come campagna/città, agricoltura/artigianato/industria. Bookchin afferma: «Il capitalismo invase tutto, e smembrò non solo l’immaginazione tecnica, ma tutta l’immaginazione». E indica una via d’uscita: «Non basta ridurre le ore di lavoro per creare una società ecologica». Non è che ci si libera dal lavoro non-lavorando, nel cosiddetto tempo libero. Ma ci si libera decidendo, facendo la scelta, di cosa “lavorare” nel tempo libero dal lavoro. Decidendo quali contenuti mettere nel tempo libero dal lavoro. Se sono ancora legati ai valori d’uso (utilità) o di scambio (commercio), si ricade nella trappola del lavoro, della necessità.

Gli Stati sono gigantesche macchine burocratiche e amministrative dove vengono fatte confluire enormi energie/materie prodotte dal lavoro in tutti i suoi aspetti, mediante i tributi. Il lavoro diventa una forza astratta che mobilita le diversità e le uniforma in un unico flusso.

Bisogna riconfigurare il concetto di lavoro, sia nei rapporti umani, sia nei rapporti con la natura. Bookchin: «Pensare ecologicamente significa includere nei processi tecnici non solo il lavoro umano ma anche il “lavoro” della natura». «Il lavoro forse ancor più della tecnica deve riscoprire la sua voce creativa. […] La sua astrazione, la sua collocazione nell’ambito del tempo lineare come res temporalis, la sua brutale oggettivazione come pura energia omogenea… tutto ciò deve lasciare il posto alla concretezza del mestiere, alla convivialità dell’attività comunitaria, al riconoscimento della sua soggettività». Il grande pensatore americano vuole dirci che se anche la tecnica è di suo noiosa e ripetitiva, che sia umano e denso di relazioni almeno il lavoro, e che esso attinga anche alla creatività insita nei processi naturali. Un’alleanza tra uomo e natura, umano e ambiente. La tecnica massiva infatti tende a migliorare più il valore di scambio (quantità) che il valore d’uso (qualità): l’importante è produrre merce per lo scambio, non tanto per l’uso (prima legge del mercato).

Di per sé il lavoro non deve diventare un’attività disprezzabile, meramente clientelare, legata a regimi di dipendenza con il cliente, con il datore di lavoro, con qualsiasi altra relazione. Al giorno d’oggi – di forte dipendenza sociale – non esiste alcun lavoro autarchico che soddisfi tutti i bisogni. Tuttavia non bisogna cadere nella mera dipendenza clientelare, ma cercare la via dell’interdipendenza e della cooperazione, dove in quel “Inter” e “Co-” stanno nascosti i valori aggiunti di relazione che mantengono umane – “libere” – le relazioni, ossia non succubi, schiave, del mero scambio d’energia – senza scarti, relazioni esterne – che vorrebbe essere il lavoro ad efficienza totalitaria. Nel lavoro industriale (iper-produttivista) le relazioni umane – ultimo baluardo della natura biologica – vengono messe da parte: si crea un ambiente artificiale dove ricercare l’efficenza massima, spesso cercando lo zero negli scarti energetici industriali a scapito delle relazioni personali, che portano alle forme estreme del crimine sociale, come l’inquinamento indiscriminato e il caporalato produttivo.

Nelle società iper-produttiviste dove prodotto e profitto sono al vertice della catena di produzione del valore, il grande profitto sul prodotto corrisponde sempre a una violazione di due fattori: o si viola la salute e la dignità del lavoratore (fino alle forme estreme di caporalato); o si viola la salubrità e la dignità dell’ambiente, dei territori. Spesso un fattore predomina sull’altro, per nascondersi dietro ad una patina di giustizia, come accade nelle produzioni biologiche che sfruttano i raccoglitori di prodotti agricoli controllati dai caporali, o nelle produzioni di certe fabbriche chimiche, dove gli operai vengono pagati molto bene e ipertutelati, nel silenzio degli scarti tossici riversati all’esterno. Più sottile, ma per niente raro, la composizione dei due fattori, dove sfruttamento della persona e dell’ambiente si contemperano per meglio far digerire all’opinione pubblica la logica produttivista.

Per questo il concetto di lavoro va riconfigurato e ri-umanizzato, riportato dentro ai limiti del valore umano per diventare esso stesso – il lavoro solidale, ricco di relazioni, creatività e reciprocità – uno strumento di libertà. Non solo: un’espressione di libertà nel momento del suo farsi, perché non degrada più la persona, ma la potenzia fisicamente e moralmente. Il contrario di quello accaduto nell’estrema razionalizzazione dei processi lavorativi voluti dall’industria, dove l’uomo diventa parte della macchina e macchina produttiva esso stesso, dove la tecnologia è usata non per liberarci dalle parti oscure del lavoro, ma per estrarre ancora maggiore efficenza nel lavoro produttivo di cui l’uomo è parte, controllato in ogni suo movimento.

Una cosa è certa: il lavoro cognitivo e di relazione, è imprendibile e non potrà mai essere sottomesso del tutto al mercato, al capitale, alla dipendenza. È un “capitale, materiale e paradossale” – proprio perché senza peso, immateriale che lega materia complessa – che si può spostare in ogni dove e appartiene solo alla persona che lo porta dentro di sé. Invece, la parcellizzazione del lavoro, la divisione in atomi, in parti certe e manipolabili, crea regimi di dipendenza e di dominio irrealizzabili nei confronti del lavoro di complessità e conoscenza. Per questo è importante che il lavoro mantenga sempre quel plus di conoscenza e di esperienza personale senza il quale sarebbe degradato a puro scambio di energia. Da qui la proletarizzazione, la creazione del proletariato come classe di sfruttati. Da qui – dal progresso visto solo come economia – l’ipostatizzazione del lavoro e di altri ambiti dell’agire umano.

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LAVORO INTELLETTUALE E LAVORO MANUALE. LAVORO DI ESERCIZIO E LAVORO COGNITIVO

Distinzione tra lavoro intellettuale e manuale. Quanto in questi c’è di cognitivo, di esperenziale? Nel lavoro artigiano, intellettuale e manuale vanno di pari passo, come nell’esecuzione musicale.

Dove c’è conoscenza c’è esperienza, “attenzione”. Ogni conoscenza è esperienza, diretta o indiretta, ma sempre attenta: l’attenzione vigila e produce realtà, esperenziale. Nei lavori cognitivi l’attenzione è in funzione e produce esperienza, anche indiretta se si basa sull’esperienza degli altri (ciò che chiamiamo cultura). Questa produzione di realtà può avvenire sia nei lavori manuali sia intellettuali. Quando questa produzione è sostituita da un’automatismo, nella quale l’attenzione “dorme” perché conosce già la risposta cognitiva, possiamo parlare non più di esperienza e relativa conoscenza, ma meramente di esercizio, sia esso manuale o intellettuale.

Valorizzazione dei lavori a rotazione per trasformare i lavori onerosi in gioco, anche nel solo farli uscire dalla monotonia, distribuendoli nell’arco del tempo e delle persone.

Non pensiamo che sia il lavoro la più alta forma per la costruzione del carattere sociale dell’individuo, bensì l’azione diretta nelle situazioni di costruzione e difesa del diritto – anche di lavorare – a cui ogni cittadino è chiamato per alimentare quotidianamente la democrazia. Più azione diretta – gestione degli affari sociali in modo diretto, etico e razionale – più democrazia diretta avremo.

Esiste un problema di incomprensione del lavoro cognitivo intellettuale.
È come essere davanti a un grande paesaggio e volerne spiegare tutti gli aspetti logici con una sola chiave di lettura. Un solo occhiale. Quello dell’entrate e delle uscite.

Il lavoro intellettuale, astratto (non come declinazione, ma come operazione), si svolge nella sfera del non visibile, distaccandosi dalle emozioni, dai sentimenti, dalla corporeità immediata. Ma non per questo può non essere cognitivo, portatore di esperienza. Spesso si confonde la produttività cognitiva con la produttività economica, con il denaro che produce un’attività. La produttività cognitiva non è mercificabile immediatamente e può esserlo anche mai. Ma può anche diventare la base di enormi produttività materiali. Il medium, l’idea, la direzione. Il plusvalore riconosciuto da Marx. Il lavoro cognitivo intellettuale è dunque un prodotto immateriale. Un’idea.

Spesso sono i lavori di esercizio – manuali o intellettuali – che producono beni materiali e che per questa loro materializzazione possono essere pagati e monitorati quantitativamente. Ma alla base di ogni lavoro di esercizio c’è un lavoratore cognitivo che spesso è difficile da riconoscere. Il lavoro cognitivo intellettuale è il più difficile da fare perché richiede moltissimo impegno e non genera entrate immediate, ossia quello che di solito si prende come risultato visibile, tangibile del lavoro. Dimenticandosi tuttavia che sono le grande idee generate dall’intelletto o dalla scoperta cognitiva umana – anche casuale, dovuta al caso e all’occasione, tuttavia cercata nel caso del lavoro cognitivo, e non fortuita, di pura fortuna – che portano alle grandi entrate di energia, di materia, di denaro. Certo, può capitare anche un’occasione del genere senza mai spostare un grammo, senza fare fatica, senza “lavorare”. Allora si parla di fortuna, nel caso cognitivo, ma poi, pure questa idea fortuita, capitata per caso, avrà bisogno di lavoro di esercizio, di elaborazione, per diventare operativa.

Alla fin fine possiamo quindi distinguere due grande macrocategorie del lavoro: il lavoro di esercizio e il lavoro cognitivo. In secondo grado, il lavoro cognitivo, come quello di esercizio, possono essere manuali o intellettuali. I primi producono beni materiali immediatamente visibili e quantificabili, i secondi beni immateriali non sempre quantificabili, neppure sul lungo termine. Il lavoro di esercizio rafforza le abilità del lavoro cognitivo, portandolo all’intuizione – connessione cognitiva improvvisa o imprevista – o alla pratica virtuosa dove cognizione ed esercizio viaggiano in parallelo. Lo stesso vale per la coppia manuale/intellettuale. Il lavoro manuale rafforza le connessioni intellettuali, portandolo alla medesima “capacità intuitiva” (connessione/comprensione/scoperta immediata di un dato) e alle pratiche virtuose dove intelletto e manualità viaggiano alla stessa velocità. L’esempio più concreto che viene in mente è la lettura virtuosa della musica complessa, a vista, dove l’intelletto anticipa la mano, anticipazione valida pure per l’improvvisazione jazz, dove la lettura visiva viene sostituita dalla lettura auditiva, dall’ascolto ad orecchio, con un incredibile sviluppo delle facoltà  recettive e delle reciproche connessioni e intersezioni a tutti i livelli.

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IL VALORE COMPOSITO DEL LAVORO. FRUTTO E DENARO

Con Locke, abbiamo un precedente nella storia della filosofia che assegna al lavoro un “pericoloso” valore terriero: solo chi estrae valore dalla terra, produce lavoro, valore. Chi non riesce a farlo non ha diritto alla proprietà e viene espropriato. Con Marx questo varrà non più per la terra-terra, ma per i mezzi di produzione. La terra-valore diventerà la fabbrica, e la terra-terra sarà solo oggetto di risorse e scarti, illimitati, senza curarsi neppure della salute né dei padroni né degli operai. Il mondo dell’industria non considera la terra, e si pensa che salute e profitto siano illimitati, anche mediante la cura senza limiti della malattia causata dal lavoro. Il lavoro che produce valore ora non è più la terra, ma l’operaio collettivo. Esso diventa il primo soggetto dello sfruttamento, dimenticandosi che fuori dalla fabbrica, che alimenta le macchine e gli operai, resta la terra, l’eterna sfruttata, anche ai tempi dell’industria, per vie spesso invisibili, come la trasformazione della materia in inquinanti e scarti invisibili, impercettibili, se non attraverso patologie in un primo momento inspiegabili.

Il capitalista non produce valore/lavoro, ma consuma solo il surplus dell’operaio collettivo, il frutto del suo lavoro, secondo Harvey. Vero in parte, trascurando il lavoro cognitivo che lo stesso proprietario/capitalista investe nel far lavorare gli operai. Non è questione di lavoro e non lavoro, ma di sproporzione nella divisione dell’energia immagazzinata: il capitalista si tiene molto di più di quello che il suo stesso lavoro cognitivo produce, sfruttando allora sì il lavoro (sia esso cognitivo o seriale, intellettuale o manuale) dei suoi sottoposti. Per arrivare alle forme estreme di sfruttamento sociale, come il caporalato.

Il lavoro collettivo dovrebbe trasformarsi in beni collettivi [frutti della terra] che poi diventano a loro volta beni comuni secondari, necessari affinché gli individui di una comunità vivano una vita dignitosa, dove siano riconosciuti i valori di comunità e la preservazione bei comuni primari inalienabili. Questo lavoro collettivo non deve essere preda del capitalista.

Semplificando. Il lavoro produce un valore, un “frutto della terra”, un potenziale di energia. Questo lavoro/valore necessita di una quantità di tempo/energia (un costo quantitativo) per essere prodotto e di qualità cognitiva (un costo/sforzo/impiego qualitativo). Il surplus di questo costo composito è il valore, che può essere scambiato con il denaro, l’equi/valente universale. Semplificando questo costo composito, soffermandosi solo sul tempo necessario a produrre il denaro/valore, il capitalista formula la sua classica sentenza: “il tempo è denaro”. Tuttavia dimentica una cosa, la non-quantificabilità a priori dell’aspetto cognitivo “culturale” il quale è il risultato di un processo collettivo sedimentato nel corso della storia sociale dei singoli individui che vengono a contatto con saperi materiali e intellettuali che oltrepassano la consapevolezza delle proprie abitudini e dei relativi esercizi, nel momento del lavoro. Perciò, ogni volta che si riduce il tempo al denaro si ruba la storia cognitiva sociale – la cultura in senso lato – che ci sta dietro al concetto di tempo umano dedicato al lavoro. La vera rivoluzione è commutare quel “il tempo è denaro” in “il tempo è relazione”, dove l’equivalenza del denaro viene sostituita dalla complessità di valori nascosta nelle relazioni che quel lavoro nasconde, anche agli occhi di un grande analista. In ultima analisi, in ogni oncia di denaro intascato dal capitalista, oltre al semplice lavoro quantitativo sottratto all’operaio mediante la speculazione del suo tempo di lavoro (surplus contingente), ci sono relazioni cognitive che non gli appartengono, che sono stare rubate alla comunità cognitiva, all’umanità (surplus storico-culturale). Come sottrarsi a questa ruberia permanente? Applicando il concetto di proprietà sufficiente – un limite alle ricchezze materiali – poiché la fiscalità burocratica classica – il tributo sottratto mediante il fisco – o altre forme di contenimento della ricchezza accumulata non sono sufficienti per contenere il potenziale esponenziale nascosto in nuce nella qualità cognitiva delle nostre conoscenze consegnateci da secoli di ricerca e conoscenza condivisa. Questa qualità cognitiva sociale supera di gran lunga il potenziale produttivo di qualsiasi forza lavoro quantitativa. Il lavoro senza cognizione non va fuori dal semplice spostare quintali di terra con una carriola.

Il denaro è quindi solo un’equivalenza quantitativa che non esprime la qualità cognitiva delle relazioni nate nel tempo. È semplice benzina, potenza, senza controllo e senza intelligenza. Chi possiede l’altra parte del tempo – la relazione, la cognizione, l’autorità/autorialità – alla fine è molto più “ricco”, perché con poco denaro/energia può fare cose grandissime. Non solo, la cognizione non ha peso, la si può portare dappertutto e non ha bisogno di grande manutenzione per conservarla. È molto meno soggetta ad entropia rispetto alle quantità materiali. È un bene immateriale, facilmente trasferibile e non soggetto alle contumelie del tempo e delle epoche storiche. Per questa sua enorme potenzialità è stato fatto oggetto di proprietà intellettuale, anche qui tuttavia contemperato dalla socialità/storicità della sua genesi.

Solo lateralmente affrontiamo qui la questione del “valore” come energia potenziale, e del suo corrispettivo equivalente di scambio quantitativo, il “denaro”. Come intuito dalla teologia del denaro di Walter Benjamin e sottolineato da Giorgio Agamben, il culto dello stesso non poteva non portare al capitalismo, nelle sue forme più estreme. Aggiungiamo questo: l’errore fatale del capitalismo è stato pensare che il “credito” – che ha la stessa radice di fiducia (v. «dare credito a una persona», come atto di fiducia, la pistis greca) – sia riponibile senza riserve e senza connessioni – come avviene nei vari passaggi delle equivalenze – in un “contratto”, in un pezzo di carta (la carta denaro) dissociato dalla materia, che ha perso addirittura la sua equivalenza in materiale solido rispetto a quando il denaro era fatto di metallo prezioso, lavorabile, duttile, palpabile. Lo sdoganare completamente il valore del denaro dal corrispettivo materiale in oro, come fece Carter negli Stati Uniti, diede inizio all’esplosione atomica del capitalismo finanziario, senza corrispettivo in fatto di materia e di reale energia potenziale. Tutto si basa su un contratto (v. CONTRATTO), sulla perdita di valore e di fiducia tra le parti, delegando tutto a una terza parte, a un pezzo di carta, che piano piano si allontanerà dall’esigenza delle parti contraenti e prenderà una vita propria. Il denaro, a lungo andare, è la morte della fiducia “diretta” tra le persone in favore dell’entrata in campo di una terza parte che la si vedrà sempre più come necessaria, autoritaria, ingiudicabile. Non è un caso che sulla carta denaro degli USA appaia la frase «In God We Trust»: la formula della necessità di avere un sogno, un immaginario, viene riposta nel simbolo della fede diventata carta di scambio. Il sogno del capitalismo, come eternità. Poter scambiare anche la propria fine ultima, la salvezza (e anche quelle più prossime, i desideri e i bisogni) con un pezzo di carta. Con il denaro. La via di accesso al Paradiso, come molto della storia del cattolicesimo ci ha mostrato, soprattutto attraverso la via del perdono e dell’indulgenza, quotidiana e plenaria. «Nel dio denaro» – che tutto assolve e risolve – «noi crediamo».

Il lavoro collettivo è dunque non solo nelle fabbriche, ma soprattutto in tutte le relazioni, semplici e complesse, dove si aggregano le qualità cognitive della collettività. Dice bene dunque Harvey quando sposta il valore collettivo del lavoro dalle fabbriche alle città. Questa distribuzione del valore, delle conoscenze, è il fondamento della democrazie, che sorpassa i meri aspetti quantitativi del valore riducibili al salario e al denaro. Tutti, volenti o nolenti, partecipiamo al lavoro collettivo. Bisogna vedere quanto di queste straordinarie relazioni vengono “predate” dai privati per usi esagerati, come può avvenire per il copyright, citato sopra. Ci sono due aspetti che le industrie private, detentrici di una formula o di un’idea spesso trascurano. Primo: che la materia alla quale lavorano – la terra comune – non è di loro proprietà. Questo lo dimostrano con lo sversamento indiscriminato degli scarti del lavoro, spesso grande amplificatore dei profitti. Secondo: la loro idea, per quanto originale e unica nella parte finale della specifica elaborazione, arriva da un percorso tecnico-scientifico – il deposito dei saperi – che non appartiene all’inventore/scopritore, ma alla comunità intera, a partire dalla prima elementare formazione scolastica.

Come esempio paradossale, prendiamo Cristoforo Colombo: senza i saperi del suo tempo – anche solo quelli della cantieristica navale, frutto di secoli di storia – non sarebbe arrivato da nessuna parte, pur avendo avuto una brillante idea. Colombo è figlio del suo tempo e dei saperi depositati dalla storia. A nuoto non sarebbe arrivato da nessuna parte.

Il lavoro del singolo privato nasconde quindi sempre una parte di sapere collettivo spesso inconsapevole e che sarebbe equo restituire alla comunità. O perlomeno riconoscere, per non pensare di essere al centro di tutto. Purtroppo le abitudini cancellano ogni processo di approfondimento e ogni cosa, ogni acquisizione del sapere concretizzatasi in un oggetto, in un prodotto, viene data per scontata, senza mai chiedersi il lungo percorso cognitivo e tecnologico che ha portato al prodotto finale ora nelle mani dell’utilizzatore. Una parte del lavoro collettivo viene quindi estratto sia dal lavoratore, sia dalle risorse esterne, dalla terra. L’estrazione qualitativa nel lavoratore avviene grazie alle capacità cognitive dello stesso, qualità cognitive che sono la base della sua efficenza. Un lavoratore diligente/intelligente produce molto di più rispetto a un lavoratore negligente/ottuso. Il fatto non sta tanto nell’appropriazione di una parte del suo lavoro da parte del datore di lavoro, ma nell’abuso di appropriazione rispetto al surplus di valore prodotto dal lavoratore. Su questo abuso si fondano le grandi ricchezze.

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NON SOLO LAVORO, PREGHIERA E CITTÀ

 «Il capitale tende a trattare i “costi di riproduzione sociale” come un’esternalità, insieme a quelli di altre esternalità attribuibili al degrado ambientale». In questa frase di Harvey c’è tutto il dramma del lavoro collettivo non riconosciuto. La riproduzione sociale, come quella ecologica, invece è legata a mandata stretta al lavoro che si fa all’interno delle case, delle fabbriche, delle produzioni di ogni genere e tipo. Non possiamo lavorare e trascurare le conseguenze sociali e ambientali del nostro lavoro, trattarli come esternalità di cui non dobbiamo tenere conto. In tal modo, chi inquina, chi sfrutta, non paga e si innesta un circolo vizioso che può portare a redditi privati, a profitti, pure sulla cura dei danni che si riflettono “all’esterno”. L’ospedalizzazione del Veneto, con il grande numero di ospedali e patologie create dalle lavorazioni tossiche, dall’ambiente insalubre, dalla violenza psicologica dentro e fuori le fabbriche, sono uno dei massimi esempi di circolo vizioso dell’epoca industriale postmoderna in Occidente. L’interdipendenza tra lavoro, ambiente, salute, persone che vivono bene qui e muoiono male altrove, non è compresa.

Giustamente Harvey afferma: «Bisogna utilizzare il potere del lavoro collettivo per il bene comune, mantenendo il valore prodotto sotto il controllo dei lavoratori che lo producono». Partendo proprio da una riflessione del sociologo americano sulla eccessiva “concentrazione sul lavoro” della celeberrima “lotta di classe”, nasce la riflessione che ha fatto da base alla voce LOTTA DI SISTEMA. La lasciamo nel suo farsi, come testimonianza di un modus operandi elaborativo:

[essendo il lavoro ciò che distingue le classi, si capisce che nella nuova lotta l’ambiente surclassa le classi e sposta il problema sull’ambiente, su ciò che è altro da tutti i lavoratori, da tutte le classi, e che il sistema stesso ha messo da una parte, uccidendolo. Il sistema si sconfigge facendo entrare dentro di esso il suo anticorpo, l’ambiente, che gli porrà per sempre un limite, un controllo, allo strapotere del sistema stesso!!] – [le lotte per le relazioni sociali, al di là del lavoro, dei movimenti urbani, anticipano questo spostamento della lotta, che non è più una lotta di classe, ma una lotta di sistema] – [la lotta di classe marxista è funzionale al sistema perché non esce dalla logica lavoro-classe su cui è fondato il sistema della prepotenza] – [la rivoluzione di classe è perciò una finta rivoluzione, perché tiene in ballo il sistema: abolisce il rapporto capitale/lavoro, le due classi, e fa diventare tutto lavoro] – [una vera rivoluzione eliminerebbe il lavoro come strumento di potere: il lavoro andrebbe soggetto alla risposta ambientale, a ciò che ci è richiesto per sopravvivere, non per dominare gli altri; il conflitto di classe sarebbe perciò stemperato in funzione dell’obiettivo comune; non ci sarebbero più classi, ma ruoli] – [no potere al popolo, ma potere a nessuno] – [la lotta di classe fondata sul lavoro semplifica troppe cose, come le abitudini di vita e le aspirazioni condivise tra le stesse classi, spesso consumistiche e succubi del superfluo allo stesso modo, insensibili verso l’ambiente]

Dunque sì, controllo del lavoro. Ma non esiste solo il lavoro. Esistono gli scarti e la riproduzione sociale.
Secondo Harvey, invece, l’insuccesso della lotta anticapitalista è perchè «tutte le imprese sono soggette alle leggi di mercato concorrenziali e alle logiche capitaliste». Lo stesso Bookchin su Democrazia diretta avvertiva del pericolo che le cooperative o altre forme di lavoro collettivista cadessero trappola della logica del mercato. C’è qualcosa di più: è inutile controllare le fabbriche e le produzioni e poi diventare addomesticati, artificiali, operai come i padroni, sempre servi del finto benessere. Ecco la mediocrità e l’omologazione delle classi: dominio del ceto medio mediocre addomesticato che va su e giù per tutte le classi. L’importante è essere al caldo e non avere problemi. Tutti vogliono la stessa cosa, essere padroncini – o pensionabili – e vivere senza pensare alle conseguenze socioambientali dei loro gesti.

Il lavoro non deve essere più al primo posto. Bisogna cambiare la costituzione italiana: l’Italia è una res-comune fondata sul rispetto della persona, di ogni genere e razza. Le cose pubbliche e il lavoro sono funzionali alla res-comune e alle persone. Così si abolisce il potere che la legge capitalista del valore ha di regolare il mercato mondiale: il valore non è più la crescita, il lavoro, ma la persona e le sue potenzialità/fragilità, uscendo dalla dittatura del lavoro nel caso si tentasse pure di riformulare semplicemente – facendolo passare per una abolizione – il rapporto di classe dominante, come nel partito comunista leninista. Come già spiegato in LOTTA DI SISTEMA, non è più solo il posto di lavoro il luogo di battaglia.

Bisogna liberarsi dal lavoro come elemento di sfruttamento e renderlo invece strumento di dignità, non sufficiente per fondare una società! Causa necessaria, ma non sufficiente. Basta appellarsi ai lavoratori come fondamento della rivoluzione radicale di pensiero e di civiltà. Non più lavoratori – più o meno precari – del mondo unitevi! Non deve essere il lavoro la base d’unione. E chi non lavora, e chi lavora poco, e chi consuma poco? Si ricadrebbe nella dittatura del lavoro. Certo, non dobbiamo dimenticare lo sfruttamento attraverso il lavoro. Ma se il povero frutto del lavoro sfruttato viene speso ancora e solo in una vita senza orizzonti di libertà, ma solo di consumo e sussistenza che riproduce la vita appagata del padrone, non se ne esce. La nuova chiamata deve essere così: «uomini e donne, meglio, donne e uomini, desiderosi di libertà e dignità, di tutto il mondo, unitevi!» Lavorando (in senso stretto) e consumando (in senso lato) lo stretto necessario, per lasciare spazio alla libertà delle relazioni di creatività, di solidarietà, di comunanza. A tutto ciò che può rendere felice la vita in questa terra, uscendo dal dominio della promessa eterna, dalla “salvezza”, che prima del lavoro, e insieme ad esso, per lo sfruttamento e la durezza che comporta, un suo strategico alleato, il discorso religioso, offriva all’immaginario occidentale, a partire dal cattolicesimo. La salvezza, mediante obbedienza e servile preghiera. Base di tutto il Cristianesimo e di tutte le confessioni rilevate che rispondevano alla fragilità dell’umano con il dominio sull’umano stesso, per perpetuare la propria effimera individualità. Lavoro e salvezza, lavoro e religione, ora et labora, sono state le basi del dominio dell’Occidente, fino alle devastazioni incontrollabili dell’epoca contemporanea. Si è sempre pensato che il lavoro e la preghiera coatta (che non è la libera contemplazione del mondo) portassero alla liberazione, alla salvezza, quando invece sono da sempre gli strumenti privilegiati del dominio.

Attenzione al pericolo di allargare troppo la sfera del lavoro come vorrebbe Harvey, mettendo nello stesso calderone lavoro di produzione e la riproduzione sociale, per farlo diventare un unico lavoro collettivo coinvolto nella vita urbana. Il “lavoro” di volontariato sociale, ad esempio, non è un lavoro, un portare dentro di sé energia e materia, ma è un puro donarsi, redistribuendo ricchezze ed esuberi della società dei consumi e del lavoro ad ogni costo, alla gente emarginata. Esso è la “passione politica” di José Mujica.

Attenzione quindi a riformulare i concetti di lavoro e di classe, allargandoli, ma mantenendo alla fine lo stesso sistema, solo più fluido e indistinto. Harvey: «La lotta per i diritti collettivi dei cittadini deve essere vista come parte integrante della lotta di classe anticapitalista» E invece no! – tutti sono parimenti domestici, addomesticati! La lotta va fatta contro il sistema di cui lo stesso lavoro e classe anticapitalista fanno parte perché entrambi ambiscono allo stesso obiettivo: la domesticità perenne, la pensione eterna, la città perfetta. Con la natura morta fuori da essa.

Infatti Harvey parla di “questa rinnovata concezione del proletariato”- i Potere al Popolo dei  nostri giorni – dove incorpora tutti i lavoratori, dai precari agli informali non organizzati, al quale riconosce lo stesso status. Certo, per quanto riguarda il lavoro. Ma qual è la loro relazione con la natura, con la geografia, con gli elementi primari della vita? Zero: il lavoro e la città hanno ucciso tutto.

Il Capitalismo non si sconfigge con il Lavoro.

Le condizioni per la rivolta/rivoluzione/guerra di classe ambientalista (guerra di sistema), citate in LOTTA DI SISTEMA, sono perciò le seguenti: il rifiuto popolare contro le politiche predatorie neoliberiste – su tutto e tutti – devono fondersi con le lotte per la liberazione dalla “repressione ambientale” (causata dal lavoro a tutti i costi!) a cui molte popolazioni sono e sono state sottoposte, alcune recenti, ma pioniere, come nelle nostre Valli dell’Agno e del Chiampo, colpite da tumori e malattie più di ogni parte d’Italia, altre storiche e ancora irrisolte, come nei territori coloniali del mondo dove devastazione ambientale e sfruttamento delle genti native sono sempre andate di pari passo. In due parole, ambiente e lavoro devono diventare compagni di vita, non antagonisti o esclusivisti uno sull’altro.

alberto_peruffo_CC
Alberto Peruffo | Montecchio Maggiore | VI
PRIMA PUBBLICAZIONE 7 FEBBRAIO 2022

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NOTE E BIBLIOGRAFIA MINIMA

TrevisanVitaliano. 2016. Works. Einaudi.

Milarepa. 2002. I centomila canti di Milarepa, Adelphi.

Stifter, Adalbert. Cristallo di rocca. 2006, Marsilio.

Maugham, W.S. Il filo del rasoio. 2005, Adelphi.

ArendtHannah. 2016. Banalità del male. Feltrinelli.

LorenzKonrad. 2011. L’etologia. Bollati Boringhieri.

BookchinMurray. 2017. L’ecologia della libertà. Eleuthera.

Marx, Karl. 1978. Il capitale. Einaudi.

TerrayLionel. 2002. I conquistatori dell’inutile. CDA & Vivalda.

HarvayDavid. 2013. Le città ribelli. Il Saggiatore

Agamben, Giorgio. 2018. Homo Sacer. Quodlibet.

Wu Ming* >> Non torneranno i prati. La Guerra dei Cent’anni da #100anniaNordest a «Resistenze in Cirenaica»: «Ma se c’è un lavoro che fa emergere la dimensione di “invisibile ovunque” che ha oggi la guerra, è il [tuo] lavoro […]»

NOTA DI “FINE LAVORO”
*Secondo Wu Ming, il sottoscritto “lavora” sul non-visibile – l’invisibile – ovunque. Ossia, con mie parole, l’«esternalità del crimine sociale – nella sue diverse espressioni (dalla guerra all’ambiente) – diffuso ovunque». Vedi la voce CRIMINE AMBIENTALE in Laboratorio Politico di Ecologia.

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